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Recensioni

Analisi semantica-stilistica degli XI frammenti di prosa poetica de Il manicomio della bella folla

Analisi semantica-stilistica svolta da Antonio Sette.

Analisi semantica- stilistica svolta da Antonio Sette, laureato in Lingue e Letterature Moderne (2007), in Studi Letterari e Linguistici (2009) e in Filologia Moderna (2012) presso l’Università La Sapienza di Roma. Tesi di laurea in lingua e letteratura inglese: La visione del tempo nei sonetti di Shakespeare; tesi di laurea in letterature comparate: Le origini del sonetto shakespeariano, da Petrarca a Shakespeare; tesi di laurea in letteratura italiana: Pascoli e Montale a confronto, differenze ed analogie tra Myricae e Ossi di Seppia.

Innanzitutto è da analizzare il titolo del libro che racchiude in sé una forma antitetica di squilibrio e bellezza allo stesso tempo: il “manicomio” rimanda ad un mondo di squilibrio, infermità mentale, chiuso, circoscritto da poche persone che si contrappone alla “bella folla” un mondo molto più vasto, aperto, colorito e soprattutto animato dalla molteplicità del genere umano. Inoltre il termine “folla” può essere letto in assonanza come “follia” in diretto rapporto all’immagine iniziale del manicomio.

I.

L’io lirico si rivolge direttamente alla sua ispiratrice, Alda Merini esempio di grande donna e scrittrice, descrivendo attraverso una personificazione la città di Milano durante la notte. L’immagine dei lampioni “accantonati” ai lati della strada sottolinea il valore del “luccichio generoso” delle luci che illuminano e custodiscono la città. L’espressione “silenzioso vociare” contiene in sé un ossimoro: dove “silenzioso “ è legato al “luccichio generoso” e quindi all’assenza di rumore e “vociare” invece è legato al suono della città che si sta svegliando dalla lunga notte con grande frastuono. È una città pallida, che racchiude in sé un disagio che non può essere espresso solo attraverso le parole ma che va vissuto come ha fatto l’io narrante. In questa situazione come diceva la scrittrice, i poeti rimangono nella loro solitudine a “contare le proprie sconfitte” perché incompresi dal resto della società. Il pallore è sintomo di disagio esistenziale non solo della città ma anche dello stesso io narrante che sono in stretto rapporto di alternanza. È importante da notare l’assonanza interna ai versi tra “cantare” e “contare” due verbi all’infinito che descrivono l’azione che compie il soggetto inanimato. L’immagine delle sigarette che vengono fumate rimanda all’ inarrestabilità del tempo sulla vita umana in rapporto all’”armatura bianca” che racchiude il senso dell’anima della scrittrice, pura, casta, come una corazza per essere fortificata e non essere scalfita dalle avversità della vita e del destino. Una corazza “fatta d’amore e manicomio”, quindi in contrapposizione tra sentimenti veri, ragione e squilibrio, infermità mentale. È evidente il rimando al topos greco di Psiche e Amore: l’amore che non è più ragione, che spinge all’irrazionalità, sentimento puro e forte che non può essere più controllato dalla mente e quindi porterà alla follia totale. Inoltre l’”armatura bianca” può essere interpretata più propriamente in ambito ospedaliero come camice bianco indossato dai pazienti che perdono la propria personalità e quindi considerati tutti uguali. L’anima della scrittrice non è mai stata scalfita veramente perché è riuscita ad andare sempre avanti con il proprio pensiero e le sue forze “grosse caviglie” condividendola con tutto il genere umano “sconosciuti” e facendone grande esempio di amore e poesia.

II.

L’autrice si rivolge direttamente alla sua Musa ispiratrice, sostenendo il valore puro e grandioso della sua poesia. È una poesia immensa che procede senza freni “seguire a galoppo” che copre un vasto raggio e si sviluppa sotto la volontà divina “sponde che stanno sotto il cielo” che non ammette rinunce e nessuna proibizione, anzi accresce il suo valore di magia e orazione. Per svolgere questo operato è richiesto un grande talento che forse non è ancora sufficiente a descrivere lo straordinario valore dell’Amore. È importante da notare il gioco di parole tra “abbastanza” e “non basta” che rimandano all’incapacità di svolgere l’esercizio poetico sottolineando il contrasto su cui si basta tutta la poesia.

III.

L’io lirico si interroga sul significato dell’atto poetico “manciata d’inchiostro” per descrivere il suo stato d’animo in riferimento al gioco di colori tra il giallo e rosso simbolo di passione e forza (due colori primari per la formazione dell’arancione simbolo del fuoco, fiamma viva che arde e del Sole, centro dell’universo) e il gioco tra il celeste e il bianco simbolo di purezza, castità, devozione associata all’immagine cristiana dell’angelo, guardia e protezione dell’uomo. Da questa contrapposizione cromatica tra giallo/rosso e celeste/bianco emerge un graduale passaggio dalla dimensione terrena a quella più propriamente divina.

IV.

L’io narrante continua il dialogo con la sua Musa ispiratrice attraverso la descrizione stagionale dell’autunno sempre attraverso l’uso cromatico e del correlativo oggettivo. L’autunno è descritto attraverso il colore arancione, caratteristico delle foglie e degli alberi per passare poi alle castagne frutto tipico di stagione. È un autunno descritto attraverso l’odore del fumo dei camini e l’immagine della legna appena tagliata fuori dalle case pronta da ardere. È importante da notare l’uso della sinestesia che unisce il senso visivo a quello olfattivo che viene utilizzato dalla scrittrice per descrivere il suo stato d’animo di disagio e malinconia caratteristico del periodo autunnale. Questo disagio continua anche nella descrizione successiva dove c’è assenza di vento nella città di Firenze, immobilità e staticità dell’esistenza terrena (la bora è il tipico vento che soffia da ponente) come l’assenza di colori ormai spenti nel caffè di Firenze (immobilità del caffè e quindi assenza di suono della folla), o come le passeggiate a piazza Navona “incontri sulla fontana” e quindi lo scorrere dell’acqua e il rumore della gente, per finire con la descrizione dell’edera che “si aggrappa sui vicoli di Roma”. L’edera pianta arrampicante è un genere di pianta parassita che si nutre di altre piante per la sopravvivenza così come il genere umano che cerca di sopravvivere agli ostacoli della vita e del destino in una continua lotta di esistenza. È un autunno che si ripete nel tempo come tanti altri, l’autunno descritto dai poeti nelle loro poesie malinconiche “chiome delle muse”, folte, piene di stati d’animo e sensazioni sul male di vivere e sul sentimento dell’amore.

V.

La poesia si apre con l’espressione antitetica del “manicomio” e della “bella folla” che dà il titolo a tutta la raccolta. Si passa da un ambiente chiuso, circoscritto ad un ambiente molto più vasto che ingloba tutto il mondo esterno e in particolare “la folla quella poco innamorata” perché disillusa, rappresentata dai giovani amanti e dal loro amore in contrasto ad un mondo spietato senza affetto che porta all’isolamento e all’alienazione più totale. Neanche il valore della poesia è comprensibile in questo mondo di caos “manicomio” che fa risaltare soltanto i valori materiali e quindi terreni. Un caos che emerge anche intorno al nome della scrittrice, alle sue origini, alle sue poesie e anche alle sue figlie sfruttate ed usate solo per il loro nome illustre. È importante da notare il gioco di parole “prestito” che si trasforma in “sequestro” e quindi furto, sottrazione illegittima dei valori più cari all’autrice e quindi anche la stessa poesia. È il caos del mondo che ruota intorno all’immaginario collettivo, al finto apparire, al non essere ciò che si è veramente “santi, poeti e professori”. Il caos rappresentato dalle “cento poetesse” pronte al suicidio come nell’immagine del mondo classico il sacrificio delle vergini veniva offerto in devozione agli dei. Questa immagine racchiude in sé la morte della poesia che si autodistrugge nel disordine più totale della società. Questo contrasto viene sottolineato dalla contrapposizione dei verbi “allargare/allungare” riferiti all’immagine delle donne frivole e al loro doppio ruolo di “amiche/nemiche”. In questo mondo dove non ci sono più certezze, in una continua minaccia di pericoli, atti imminenti, disordini collettivi, l’amore viene percepito come errore, come grande peccato a causa della sua straordinaria purezza, forza e potenza. La poesia è inesistente perché incomprensibile davanti a tanto odio e concretezza. Rimane solo un mondo di immagine, di finzione, pieno di immagini stereotipate, di donne finte, vuote che si sciolgono “donne di cera” prive della loro dignità, e di uomini che non hanno più valori né ideali, arrivando a perdere anche la loro immagine di virilità “rigidi coglioni”. È importante da notare proprio questa figura dei “rigidi coglioni” in rima interna con “adoni” che sottolinea la figura di uomini stupidi, inetti, che curano solo l’aspetto fisico, ma che rimanda anche al ruolo svolto dalla maitresse nelle case di tolleranza e quindi all’esplicita allusione all’atto sessuale più concreto. Non esiste più l’Amore ma soltanto l’Essere che si riconosce nell’Apparire e nel senso di possessione dei beni materiali. È importante da sottolineare anche l’anafora del termine “manicomio” presente nei versi finali che sottolinea il senso di instabilità e ripetizione in tutta la poesia. È una società senza precendenti, allo sbando più totale, senza freni, senza alcuna istituzione “dottori”, senza sentimenti che porta all’assuefazione. Questa è la società contemporanea.

VI.

L’autrice continua la descrizione di questa società alienata rimasta chiusa fuori, pura follia senza rabbia, delle serrande che non vengono aperte completamente e quindi la difficoltà di vedere al di fuori, di andare oltre il mondo delle apparenze e inganni. È evidente il rimando all’immagine delle tapparelle semi chiuse nei padiglioni degli ospedali psichiatrici che non permettono alla luce di filtrare dentro e non consentono ai malati di vedere il mondo circostante. L’essere umano fa fatica ad uscire fuori, ad affermarsi in questa società alienante dove non c’è più affetto e dove anche la poesia non riesce a penetrare. Non si coltivano più valori, interessi, per appassire come “fiori” senza il nutrimento essenziale dell’acqua e quindi il valore della cultura per il genere umano. È la società dove si lasciano “donne/mogli” senza alcuna custodia e conquista amorosa, dove si svelano senza ritegno “segreti” intimi degli amanti e “fogli” di poesia. Qui è importante da notare l’elemento dei “fogli” che può essere letto in assonanza come “figli” in rapporto all’immagine delle “mogli” e quindi anche madri. Questa è la società della folla “poco innamorata” che fa fatica ad amare perché ormai disillusa da tutti i valori alti e sublimi della poesia. Su questa società domina un Dio giudice, in collera “incendiario” con la sua voce di denuncia e condanna non più armoniosa per il genere umano in contrasto al suono della cetra, antico strumento a corde utilizzato nell’antichità dal tipico suono melodioso.

VII.

Nella descrizione di questa società caotica immersa nel disordine più totale emerge la figura dell’Androgino: essere asessuato con caratteristiche sia maschili che femminili in diretto rapporto di alternanza. L’autrice inizia apparentemente la descrizione di un uomo dal petto virile, in contrasto alla sua bocca con labbra più delicate “la margherita chiusa in bocca” e quindi che sanno pronunciare parole d’amore. La descrizione del “ventre da ragazzo” in apparenza maschile in realtà può essere letta anche in chiave femminile in quanto fulcro di vita e procreazione dell’esistenza umana. L’immagine del “cuore accavallato” che rimanda alla caratteristica femminile dell’accavallamento delle gambe, può essere interpretata anche a livello di dissidio interiore come un cuore in conflitto, pieno di problemi, pensieri e dubbi sulla vita e sull’esistenza umana. L’anafora “lui” presente nei versi finali sottolinea la figura del ruolo maschile che si afferma all’interno dell’essere asessuato, una figura gelosa che sa ascoltare i sentimenti più profondi dell’autrice, che sa esprimere l’amore e comprendere la sua poesia meglio di ogni altra donna.

VIII.

L’io narrante continua il lungo dialogo con la sua interlocutrice sottolineando il valore della poesia esatta, precisa che si distacca dal disordine della vita quotidiana con valori molto più alti, sublimi da servire come una “dama” di corte. Ritorna l’immagine dell’”amore cortese”, un amore puro, casto, con caratteristiche nobili, elevate che purifica e avvicina l’uomo alla dimensione divina. Un amore espresso attraverso il suono della “musica” cantata come serenata sotto i “balconi” delle donne amate, come il suono cadente del ferro ancora caldo che viene battuto per essere modellato. In questo contesto viene descritta l’immagini di Parigi (classico simbolo di città romantica dell’amore) durante il periodo invernale. La bellezza della città viene paragonata alla bellezza della Musa seduta accanto alla scrittrice, rappresentata con “otto costellazioni” nella sua mano destra, con un diretto rimando all’immagine delle otto stelle presenti nel Paradiso della Divina Commedia come ai nove cieli presenti nell’Empireo. È una dimensione alta, spirituale per la purificazione dell’animo umano dal peccato e per distogliere il suo sguardo dall’accostamento a tutti i valori materiali e quindi terreni.

IX.

L’io lirico interroga la scrittrice sul valore della poesia e in particolare il ricordo del grande poeta delle borgate (Pier Paolo Pasolini) descritto come un eroe, dal volto sciupato, consunto dal tempo, dalle esperienze della vita e dalla fatica della scrittura incessante. Con la sua poesia pungente di straordinaria audacia raffigurata mediante l’ossimoro “violenta bellezza”, con la sua fronte piena di rughe, con il ricordo di un passato ormai trascorso e uno sguardo rivolto verso un futuro decisamente incerto. Lui il poeta indifeso, solo con l’armatura della scrittura per denunciare le ingiustizie della società “esatto come una bestemmia”, “colmo di amore e scandalo” per le sue poesie innovative riguardo il concetto di amore e per questo irriverenti. Questo poeta non deve essere dimenticato ma portato sempre nel cuore come un compagno di vita “sotto braccio” che si può identificare nelle mani del contadino e quindi nell’umile lavoro dei campi. Il poeta è paragonato ad una vite che produce uva e quindi vino che richiama il colore “rosso” del cuore pieno di passione e audacia in rapporto alla vigna che si estende sotto un “pergolato di stelle” e quindi sotto un cielo stellato. Il poeta è vero, autentico, un poeta-vate che sa parlare alla folla, in grado di far comprendere il grande valore della sua poesia antica e allo stesso tempo moderna.

X.

L’io narrante rivolgendosi alla sua destinataria, descrive l’immagine vuota e finta delle belle “signore travestite di nulla” prive di dignità e di facili incontri, di parole dette tanto per dire prive di vero sentimento e di intelligenza “ tessuto del sentimento e dell’ingegno”. Continua la descrizione di una società che ormai appare in completa decadenza che valorizza soltanto i valori materiali, in cui si perdono i veri sentimenti di dignità e morale. Queste signore sono donne che si incontrano per sbaglio, per errore o per circostanze fortuite, che indossano gioielli finti “collane di minore intelligenza” che fanno risaltare soltanto il loro vuoto, la loro superficialità e invidia, che non usano trucchi per nascondere la loro vera natura, ma possiedono soltanto un portafoglio “ventaglio di calcoli” che utilizzano come scudo, come copertura per nascondere il loro vero essere e far emergere solo l’apparire e il finto benessere “borsa d’oro”. Rimane solo un’anima vuota “poca anima” che annulla la loro dignità di donne devote, madri e tanto meno “regine” da rispettare e servire con lealtà. È da notare la descrizione degli oggetti materiali come le collane, trucchi, ventaglio, borsa che sottolineano l’immagine della donna frivola, di scarsa intelligenza e dignità.

XI.

Per fronteggiare la decadenza di questa società, l’io narrante sottolinea il valore della poesia: unica, vera forma di espressione in grado di sopravvivere nel tempo a tutti i finti valori del mondo contemporaneo. La poesia è paragonata ad un’antica canzone, come una litania lontana “vestita di notte” che richiama i valori del mondo classico alti e sublimi, “spalle di seta” valori preziosi che sono alla sua base e rimandano ad un mondo più propriamente divino, di redenzione e salvezza dai peccati. L’immagine dei capelli aggrovigliati rimanda all’elemento delle nuvole che si addensano come dubbi e pensieri negli occhi delle donne “madame”. La poesia come valore giusto e puro di sentimento amoroso e prospettiva per il futuro: espressione di meraviglia, avventura e desiderio. È importante da notare che questo valore della poesia è espresso proprio attraverso l’uso della personificazione di elementi femminili come le spalle, piedi, capelli, occhi, ciocche. La poesia è la Musa ispiratrice della scrittrice e di tutta l’umanità, mezzo di comunicazione tra la dimensione terrena e quella spirituale, elemento di purificazione e salvezza da tutti i peccati. È per questo che i poeti continueranno a scrivere i loro versi per tutta l’umanità “scogliere di vita” per un tempo presente, passato e futuro. La poesia è l’unica forma di espressione immortale che rimarrà per sempre.


Breve analisi semantica- stilistica svolta da Antonio Sette, laureato in Lingue e Letterature Moderne (2007), in Studi Letterari e Linguistici (2009) e in Filologia Moderna (2012) presso l’Università La Sapienza di Roma. Tesi di laurea in lingua e letteratura inglese: La visione del tempo nei sonetti di Shakespeare; tesi di laurea in letterature comparate: Le origini del sonetto shakespeariano, da Petrarca a Shakespeare; tesi di laurea in letteratura italiana: Pascoli e Montale a confronto, differenze ed analogie tra Myricae e Ossi di Seppia.

Dale Zaccaria – Nel suo Amore, ventidue poesie

Franca Rame

In questa prima sezione, con un riferimento collettivo (noi) viene sottolineata l’importanza della scrittrice ma anche della donna stessa come generatrice di vita (madre dell’uomo) per la lotta dei giusti e per la speranza dei più deboli. La “vasta Signora dei giusti” può essere letta anche in chiave cristiana in riferimento all’immagine della Vergine Maria, Madre di Misericordia e Speranza.

Le Rose della mia Regina

In questa lunga sezione, l’io poetico attraverso una lunga introspezione interiore, va alla ricerca di una goccia di rugiada o di acqua (simbolo di vita e nutrimento per la rosa) una goccia perfetta nutrimento per il fiore ma anche per lo stesso io lirico al quale ha conferito vita e intelletto (carne e grazia). La goccia perfetta ha il potere di far sbocciare le rose più belle simbolo della Regina e quindi anche frutto della Madre Terra. È importante da notare la ripetizione “cerco una goccia di bellezza madre” che mette in rapporto la bellezza delle rose e della Regina con il valore poetico dell’io narrante.
Lo scorrere del tempo non rovina la bellezza della Regina: trapassato, passato, presente e futuro sono segnati dalla bellezza della figura femminile in generale, e più in particolare dell’io poetico identificabile in “diciotto stelle” rappresentate a loro volta da “diciotto donne”. Si passa da un soggetto singolare a un referente collettivo che moltiplica il valore poetico tutto al femminile. Così come la bellezza della Regina è moltiplicata per sette come il numero delle rose, dei cieli e scrigni così viene moltiplicato il suo cuore per nove come le stelle, le terre, perle e silenzi. Il silenzio dell’universo che gira intorno all’esistenza umana e al creato è in rapporto con l’immagine della natura e l’animo poetico.
È importante da sottolineare il contrasto tra lo sporco e la “macchina di un grande reato” con la purezza e la bellezza della rosa. Lo sporco non è solo concreto inteso come macchia ma anche interiore all’animo dell’io, (ricorre la visione cristiana del peccato originale) e al disagio di un amore vissuto e percepito come errore. Il reato d’amore è sentito anche come primo vero sentimento affettivo concreto e come conoscenza di se stessi. L’io poetico ritorna sulla figura della donna primigenia madre e frutto della terra (spiga), ma anche simbolo di dolore (sangue) e in continua lotta per l’affermazione di se stessa e di tutta l’umanità. In questo modo nasce la donna e il suo amore da tutto ciò che dà Amore e gioia presente nell’universo. È importante da notare la personificazione “Lo vanno cantando le strade” e quindi le persone (il genere umano) e “lo va dicendo l’amore” come allegoria personificata. L’assenza del referente è una vera mancanza per l’io poetico che non trova conforto se non con la bellezza della “Rosa Bianca” che non è solo il nome del fiore ma anche nome proprio della scrittrice.
La rosa bianca diventa il mezzo di comunicazione tra io poetico e mondo circostante: è il mezzo che permette il passaggio dalla dimensione terrena a quella divina (la porterò tra cielo e terra), il tramite tra presente, passato e futuro, come poesia da recitare, come fardello sulle spalle. La Rosa non è altro che la Poesia, la Musa ispiratrice dell’io poetico. La poesia è donna pulita, pura, casta nella quale trova rifugio e nutrimento l’umanità, in contrasto ai falsi ideali e alle illusioni della vita. L’uomo troverà sempre riparò in lei grazie alla sua bellezza e alla sua potenza. L’io poetico come il genere umano non troverà mai nessuna donna come la sua Musa perché non esiste alcuna bellezza quanto lei.

Per lei è da usare solo la parola più elevata, colta, quella mai detta, pura come la bellezza della madreperla più luminosa, casta, senza macchia, con un grande riferimento ai valori del mondo antico alti, sublimi, gli unici che possono siglare il suo amore. Il valore della rosa rimanda l’io poetico al ricordo dell’infanzia, al mondo puro e innocente della fanciullezza generosa senza invidia e inganni, l’esaltazione dei valori antichi come il rispetto, la bontà, l’altruismo, la gioia, la sincerità, il perdono. La Rosa è vitalità e pienezza di vita. Inoltre il gioco dei colori delle rose descritte nella poesia (rosa di rosso e di bianco) rimanda anche all’uso degli innesti di fiori e piante che faceva la scrittrice nella vita privata per passione.
È importante da notare l’uso dell’anafora “rosa” all’inizio dei versi che fornisce grande significato a tutta la poesia in un ritmo di litania sacra. A questo punto l’io poetico si rivolge direttamente alla sua ispiratrice chiamandola “sorella” esortandola a riposare perché gli uomini lotteranno per i giusti ideali e il rispetto dei loro diritti, camminando a pugni chiusi tutti insieme senza timore. Alla fine bastano le piccole cose per trovare la pace e la bontà, come l’immagine pura della rosa e l’immagine del pane simbolo di cristianità (corpo di Cristo) ma anche di laboriosità. Il significato dell’esistenza umana è quello di preservare l’amore collettivo.

Madri

In questa seconda parte l’io poetico si rivolge a un referente più collettivo “donne/madri” con l’immagine della donna generatrice di vita paragonata alla figura delle “foglie” portate dal vento e l’immagine del “parto”, forma di vita grande atto di forza e coraggio in contrasto alla paura e agli ostacoli del destino. In questo senso l’immagine delle foglie che cadono dagli alberi in balia del vento può essere intesa anche come caducità dell’esistenza terrena e inarrestabilità del tempo. È importante da notare il termine “foglie” che può essere inteso in assonanza anche come “figlie” in riferimento a “Donne/madri”. L’io lirico prosegue con l’immagine del “cavaliere” rappresentato con due armi: da un lato la bellezza femminile che diventa potere, dall’altro il potere della parola e quindi il valore della Poesia. Il suo compito è quello di servire la sua “Regina” allegoria personificata della vita come il suo “Re” in diretto rapporto di alternanza. L’amore “cortese” rappresentato dalla figura del cavaliere è l’esempio più elevato di vero e puro amore che nobilita l’uomo e lo esalta ai valori più alti e raffinati della poesia. Esso stesso è espressione di coraggio e lotta personale dell’io narrante ma anche di tutta l’umanità. In questa continua difesa torna l’elemento dell’assenza e della mancanza ingiustificata della scrittrice alla quale è dedicato il libro. Infine ritorna anche l’elemento della bellezza smisurata l’amore puro che non deve essere pronunciato e che resiste anche allo scorrere del tempo.
L’uomo si deve inginocchiare davanti alla donna rappresentata come dea con caratteristiche divine di purificazione e salvezza (impasto del cielo), unico tramite di salvezza che non possiede uguali nel suo genere. Questa figura femminile si protrae al di fuori dello spazio e del tempo circostanti per ritornare alla difesa dei più deboli e alla loro affermazione sociale.


Nota critica di Giuliano Lozzi a Nel suo amore. Ventidue poesie. Giuliano Lozzi, dottore di ricerca in germanistica, è insegnante di lingua tedesca all’Università di Viterbo. Si è occupato di letteratura tedesca del Novecento. Attualmente sta indagando la figura di Antigone nella teoria femminista e post-femminista.

Le ventidue poesie di Dale Zaccaria si leggono tutte d’un fiato, e danno un messaggio di grazia in un devastante momento culturale come quello che stiamo vivendo.
Si tratta di una grazia mista a tenacia perché dietro ogni componimento si ascolta la voce solenne delle donne, in generale, e di Franca Rame, in particolare, alla quale sono dedicati questi versi liberi. Il femminile, presente in varie accezioni simboliche, è la cifra che sottende a Nel suo amore ed è l’elemento di raccordo tra il cielo e la terra (“la donna/ è l’impasto del cielo”), ma anche, più semplicemente, tra il mondo della natura e la dimensione umana (“parto e paura”). La coralità delle donne (“fummo donne/ ma prima che donne/ fummo spiga”) si alterna a volte a un dialogo dell’autrice con Franca Rame, a volte a uno scambio tra sorelle (“dormi sorella su queste barricate”), altre volte alla prima persona dell’io lirico il quale, in alcune delle ventidue poesie, ama isolarsi e condensare la propria riflessione in pochi versi (“Ama e resisti, proteggi/ e non pronunciando l’amore”). Sullo sfondo di un’alternanza di voci che sembra ricordare gli stasimi delle tragedie greche, la lingua di Dale Zaccaria attinge al mondo della natura, soprattutto a quello floreale, e a quello astronomico. Alla rosa bianca emblema del messaggio di grazia nel nome di Franca Rame rispondono le “diciotto stelle” le quali, come obbedendo a una sorta di cabala, sono le donne più belle, vale a dire quelle che lottano per l’amore. Tutte le poesie sono, infatti, come ricorda il titolo della raccolta, un atto di fede nell’amore universale. In questo l’autrice si allinea a grandi scrittrici del passato alle quali sta a cuore il tema dell’amore, non solo inteso come eros, ma anzitutto come principio che nutre una concezione “altra” del mondo: mi vengono in mente grandi intellettuali come María Zambrano e Lou Andreas-Salomè, ma anche, ovviamente, poetesse tra loro lontane come Saffo, Gaspara Stampa o Ingeborg Bachmann. E proprio a Bachmann e al suo concetto di utopia sembrano ispirarsi alcuni, audaci versi che promettono “un mondo migliore/ un mondo possibile”. La vera protagonista di Nel suo amore è, comunque, Franca Rame, definita la “mia Regina”, la “vasta Signora/ dei giusti”, la “donna madre” che unisce, conciliandoli, i valori positivi del femminile e l’amore universale che tutto muove. È intorno alla figura di Franca che si muovono le stelle, che cantano le donne sì, ma anche gli uomini, che vive la natura e che si irradiano, come raggi di sole, i versi di queste ventidue poesie.


L’amore ci rende umili, l’amore ci rende migliori.
a cura di Alessandra Carmen Rocco mezzo soprano e presidente antica sartoria rom

Ho conosciuto Dale perché tre anni fa è venuta a trovarci nell’Antica Sartoria Rom per scrivere in merito alle problematiche e alla cultura Romanì. Ci siamo accorte che non era una giornalista con il solo intento di scrivere di un determinato argomento, quando abbiamo visto che le sue assidue visite non erano più mirate al lavoro che doveva fare ma erano dei veri e propri appuntamenti che ci dava, per stare insieme alle ragazze rom e sapere di più sulla loro vita , su come affrontavano il mondo una volta fuori dal campo nomadi, guardando tutto dal loro punto di vista, come chi ha fatto propria, in altissima misura, quella qualità saliente che pochi posseggono: l’attenzione. L’attenzione rivolta in questo caso al mondo femminile che non è quello televisivo, ma quello delle qualità e dei talenti di moltissime donne, importanti o meno, che portano alto il nome e l’essere donna. L’anima e la notte, della poesia ed altri versi presenta buoni versi dedicati all’amore . Penso si sia trattato d’amore anche alla questione Rom che Dale ha abbracciato aprendo una finestra sul futuro di questo popolo, parlandone attraverso la sua poesia, e mostrando una gioia di scrivere e una passione che ci fanno capire quanto sia ampia la sua visione del problema, nella convinzione, citando Rita Levi Montalcini “ che non esistono le razze, ma esistono i razzisti.” Molte cose Dale ha in comune con il mondo Rom, prima tra tutte l’amarezza per una realtà dove purtroppo più della verità contano le apparenze. E per la ricerca della verità e della realtà della vita, l’autrice de L’anima e la notte, è disposta ad impegnarsi nella lotta contro l’oscurità, e a fare la sua rivoluzione insieme ad altre donne che l’hanno fatta a loro spese e alla quale Dale rende omaggio in questo libro come Alda Merini e Franca Rame.

Stare dalla parte dei deboli, degl “altri” umilmente, denunciando, una marginalità fisica, sociale e morale indegna di qualsiasi essere umano percorrendo insieme a loro il cammino della sorte, nel sentimento, nell’amore, nel senso della fratellanza universale, come nella sua Canzone per un bambino zingaro. Tutto questo attraverso la poesia , che è al tempo stesso creatività e modo di affrontare la realtà e in ricerca stilistica volta a descrivere il mondo interiore attraverso: sensi e simboli come succede in Prélude pour un amour: perché le tue mani cantino/ il tuo volto di schiuma/ sorgente di anni di alghe s’illumini e danzi/ perché la tua notte sia un biondo mistero/ e tu rida e si componga l’amore/ naufragio che splendi/ di vita, di oggi, di cielo/

E Dale si fa tessitrice delle sorti dei naufraghi. Importante è il potere evocativo della sua opera poetica, che ci permette di vedere nei dettagli il teatro della sua poesia. E infine una parola sull’Anima e la Notte, l’anima bianca, dice Dale, che ricerca verità e giustizia attraverso un interesse nobile e profondo all’impegno sociale; e la notte popolata dai sentimenti ed azioni che predispongono all’ascolto dei sensi ed al rapporto più vero e reale con l’intangibile, che quando è Amore, come dice Dale, ci rende umili, ci rende migliori.


Nota su Di ridicola bellezza
Dale Zaccaria, Di Ridicola Bellezza, Sovera, Roma, 2004. di Francesco Muzzioli Professore in Teorie delle Letterature all’Universita’ degli studi di Roma “La Sapienza”
La bellezza che appare, e si propone come esperienza “sacra” di qualcosa di travolgente (“casomai l’insostenibile”) e’ pero’, allo stesso tempo, “ridicola”: lo e’, da un lato, in quanto ritenuta tale dalla logica dominante, auspice si’ di bellezza, ma di quella ridotta in modelli preconfezionati; ma e’ “ridicola” anche, dall’altro lato, perche’ per la sua stessa “insostenibilita'” e’ sempre sul punto di rovesciarsi nel negativo.

Non a caso nella poesia di Dale Zaccaria, gli elementi della visione mistica, dove sono evocati, si ritrovano messi sotto cancellatura: e così del dio “dio che non e’ dio” (il dio che e’ fango, spirito e materia), della “irreligione piena”, della misticita’ che e’ “ferina”, ma anche della “bella anima” che rischia di essere “un ‘anima impazzita”, e della bellezza stessa che, quando “si dona”, “e’ già tutta incattivita”. Ricerca e perdita, voglia di assoluto e corporeita’ nella loro tensione fanno dell’ossimoro una figura centrale: “vi è una luce/che tende al buio”. L’assoluto eccede la vita, in cui non restano che tracce fisiche, come vediamo in questi versi: “C’e’ troppa purezza in me/rattrappita in cinque rughe”, dove l’istanza della purezza (significa per la poesia,essendo stata la “poesia pura”una delle tentazioni della modernita’ letteraria) si trova costretta dentro l’incisione temporale delle “rughe”, materia corporea che si contrae (proprio uno degli “inestetismi” che il lifting postmoderno vuole curare). In questo quadro,e’ interessante notare che molti testi sono rivolti a un “tu”, confortando in cio’ l’idea che il linguaggio sia concepito per l’intesa e per la comunicazione: ma non mancano segnali di difficolta’ comunicativa, porte “chiuse” e dubbi radicali ( “non so se sapranno parlarci”), compresa la comunicazione dell’io con se stesso (“dovrei incontrare me stessa”). La forma preferita della Zaccaria e’ la forma breve, anche brevissima (sebbene la matematica non sia risolutiva in tali materie:il numero minimo e’ tre versi; la media dei versi per componimento non raggiunge i sette; i piu’ numerosi sono i testi di cinque versi [e se le “cinque rughe”fossero cinque righe?]. Cio’ si addice ad una apparizione folgorante. Ma si realizza, pero’, non senza frantumazione. I versi di queste poesie tendono ad assumere un andamento singolare, come se ciascuno di essi fosse un singolo taglio (una “feritoia rossa”) sulla superficie significante. Non di rado accolgono l’introduzione di particolari incongrui e contradditori (“‘ancora mia terra se puoi”, “la nera/avorio strettoia del giudicare”ecc.). Nell’epoca in cui ogni porta appare “chiusa”, resta questo rovello, questo bisogno (“ho bisogno di un caffe’ per la mia sigaretta”), che e’ bisogno di espressione, come corrugamento del linguaggio.


Nota a Non per l’amore a dire
Dale Zaccaria, Non per l’amore a dire, Manni Editori, Lecce,2006 di Leila Zammar Prof.ssa Leila Zammar, Loyola University of Chicago Rome center, St. John’s University of New York Rome center, University of Arkansas Rome center
In una recente intervista pubblicata su Terza Pagina, una rivista di editoria e cultura, presente nelle librerie Feltrinelli, Dale Zaccaria raccontando la propria vocazione poetica ha raccontato di aver iniziato a scrivere all’eta’ di sette anni e di essere stata incoraggiata dal maestro delle scuole elementari che la chiamava ogni giorno in cattedra per farle recitare una sua poesia. La poesia e’ dunque una vocazione precoce e costante della sua vita che la poetessa stessa sente come geneticamente connaturata al suo essere tanto che nell’intervista afferma: “Definirei la mia poesia un’arciera femmina, ma anche una signora contadina. Lei viene dalla linea materna. Da mia nonna, dalla sua semina, dalla sua terra. Poi da Giove che domina il destino di mia madre, la sua storia. La mia poesia ha questa eredita’ . Guerriera da un lato, per la mia indole che piu’ che mai a che fare con il potere e il fuoco di Marte, quindi la sua valenza sessuale e maschile, e dall’altro l’incanto, la testimonianza sincera, filiale, di pane e di grano direi, della madre. Quindi da qui il mio essere intima, uterina e poco corale. Femmina. O ancor meglio, intimamente femminile”. Ma quello che fa scaturire la scintilla creatrice e’ un sussulto, un moto interno, un sentimento profondo, che nelle varie forme e nelle molteplici manifestazioni e’ comunque sempre un sussulto d’amore. Ecco perche’ la raccolta che viene oggi presentata “Non per l’amore a dire” edita dalla Manni Editori puo’ essere considerata una riflessione appunto sull’amore. Un amore che e’ difficile esprimere a parole e che solo la magia del verso poetico puo’ rivestire di quei significati che si perdono nel discorso quotidiano. La poetessa stessa afferma nell’intervista gia’ citata “direi che la parola sia sempre perdente. Barattiamo, “traccheggiamo”usando un termine di Elsa Morante, le parole con i sentimenti. Credo che l’amore vero e piu’ sincero sia silenzioso. Non si dica. Questo credo sia l’amore. Il sentire. La verita’ del sentire l’amore, quell’amore. Amare, ma non dire di amare”. Ecco quindi che la ripetizione anaforica, epiforica, epanalettica unita a figure etimologiche e all’uso di consonanze ed assonanze rendono parole semplici e quotidiane ricche di nuovi significati e le liberano dalla contingenza per renderle pura espressione poetica. E in questa chiave che va letto anche l’utilizzo di parole che definirei basse, se non volgari. Inserite in una lirica esse perdono la normale connotazione e si rivestono di nuovi significati, pur mantenendo la propria prepotenza e forza. Alla luce di quanto affermato non ci si deve stupire del fatto che la poesia di Dale Zaccaria oltre ad essere una poesia carica di sensualita’ sia anche una poesia che va letta piu’ e piu’ volte, in cui ogni parola va soppesata e compresa fino in fondo affinche’ la moltitudine di significati si faccia a poco a poco strada nella nostra coscienza. Non sfugge inoltre l’amore per la poesia e per chi vive di poesia. Da qui l’omaggio che la poetessa rivolge a Sylvia Plath ad Alda Merini e soprattutto a Paul Celan al quale dedica la raccolta.

Non per l’amore a dire
di Paola Langella (dall’introduzione al libro)
Evocare l’ineffabile lasciandosi percorrere dal cicaleccio, affermare e negare entrambi: Non per l’amore a dire e’ promessa di un’elegia d’amore che si vuole impossibile; una raccolta in cui l’atto poetico, quanto la deteriore chiacchiera sull’amore, e’ razionalizzazione imperfetta del sentimento, scissione da un se’ che e’ autentico, solo nella misura in cui resta indecifrabile (a scriverti verro’ io [] a ferirti io / a dividere a sommare). Al vacuo verbalismo contemporaneo, come al poetare solipsistico ed autorefenziale, Dale Zaccaria oppone il riscatto, al tempo stesso ostinato e dimesso, del mero gesto locutivo: Se ti dico che ti amo e’ amore eterno lo dico che si senta piano che’ passi nei tuoi occhi lo dico che si senta piano e che’ passi nei tuoi occhi. Esperienza poetica ed umana, da sempre matrici antagoniste della poetessa, non trovano, nella presente raccolta, alcuna facile composizione. L’allineamento di parola e peccato, nella poesia incipitaria, consegna al lettore la voce muta di un’esistenza immobile: muta tra questi rami umani io sto; sempre ancora il come / la parola che manco’. La mancanza, la spaccatura del Verbo, sostanzia il dire e l’agire. Se un canto potra’ dispiegarsi, sara’ un canto in cui sia il non essere la troppa sostanza. Connaturato a simile disposizione (sentimentale prima che razionale), e’ un procedere, sia nel micro che nel macrodiscorso, asistematico, per associazioni ora visionarie (La ragazza aveva venti anni denti di cicala, mani chiuse ad imbrogliare), ora contingenti e transitorie (Qui. Quando dico qui / e’ nel qui). Disseminata fra i versi, la fragile trama di un personalissimo vissuto che, pur aspirando alla ricomposizione linguistica (non piu’ nemica e’ la forma), avanza sostenendosi ad un esile gioco assonantico e anaforico e cede alla spaccatura, quale condizione costitutiva della parola, finanche poetica: Non per l’amore a dire / ti dico tutto questo amore () ho chiamato dato parole e nomi, / un nome come una zattera a impallidire []. Si fa strada, alfine, una parola bassa, che recupera la corporeita’ quale matrice esistenziale ed espressiva, sciogliendo l’exergo (Ostinazione, amore. Quale altro mistero. Tutto e’ carnale) ed indicando, nella sessualita’, l’intima e complessa matrice del dettato poetico della Zaccaria. Il sesso come mattatoio di un’anima che aspira al misticismo ma che, umana come pochi, si offre ad un violento disincanto (Primo colpo puttana [] / ecco il terzo colpo, / l’avvio umano); ancora, la propria sessualita’ come indizio di un eterno doppio: Lui “lingua” che seziona, somma, “alfabetizza” i sentimenti e ferisce (Dovrei corromperti / pettinarmi la lingua / da maschio / e assalire il tuo cuore); Lei, “voce” ctonia, Diana, luna civetta, alla ricerca di un’origine culla che accolga l’essere ermafrodito: [] madre / se indugio e passo / e’ nel cercare te / questa e’ la calunnia; me ora me magra / me femmina donna / piena riempita / me uomo vuoto bambina [] me probabile me. Un piano d’amore che dissacra il Verbo per farsi universale: a Dio si spezzi il pane e il diviso sia, di per se stesso, Uno.

Una poesia sospesa «fra ironia e sogno…», di Laura Proietti Tuzia Dentro Magazine 

Nel luglio 2006 è stata pubblicata dalla casa editrice Manni Non per l’amore a dire, la seconda raccolta poetica di Dale Zaccaria dopo Di ridicola bellezza (Sovera, 2004).

Il senso di questo libro risiede nella ricerca ostinata di una parola che sia, soprattutto, autentica: la negazione presente nel titolo vuole manifestare il rifiuto di un amore che si nutre di falsità, di parole finte e superficiali, ed è una traccia che guida il lettore attraverso ogni pagina del testo.

Il dato narrativo e le tematiche presenti in queste poesie prendono vita ora attraverso una parola alta, ora attraverso un linguaggio fortemente legato alla corporeità. Tale alternanza lascia emergere immagini ora sognanti e delicate, ora forti e crude. In ogni caso, ciò che più colpisce in questi versi è l’alto valore poetico e musicale delle immagini che Dale Zaccaria riesce a “disegnare”, attraverso un utilizzo del linguaggio che prende in considerazione, forse non sempre in maniera conscia, non solo il senso ma anche il suono di ogni singola parola.

Giorgio Bárberi Squarotti – critico militante e ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Torino – è riuscito a dare, in poche righe, una definizione che risulta preziosa per comprendere il senso di questa poesia «un poco astratta e sospesa, fra ironia e sogno, gioco e invenzione improvvisa e stupita». Lo stesso Squarotti ha voluto rimarcare la particolare originalità di alcune sezioni del testo, dote certo ammirevole ma soprattutto sempre più rara da incontrare in letteratura.

Il “grazie” che il critico pone in conclusione della sua breve nota sta a testimoniare infine come la poesia, quando rifugge l’artificio e la superficialità, sia uno dei doni più preziosi.


La poesia come protagonista, di Francesco Cozzi – Avvenire

Se ti dico che ti amo

è amore eterno

lo dico che si senta piano

ché passi nei tuoi occhi

lo dico che si senta piano

e ché passi nei tuoi occhi.

Il libro Non per l’amore a dire di Dale Zaccaria è stato presentato da Laura Proietti Tuzia a Subiaco presso il bar Romani alla presenza di colleghi e amici.

E’ una raccolta poetica che non racconta direttamente, ma attraverso indizi, ricerche, avvia ad una logica interpretazione. Ciò che rende possibile la lettura di questo testo è proprio l’appello sempre presente alla parola “umano” e il richiamo agli “occhi” come simbolo della trasparenza e della verità.

L’esperienza personale è il punto di partenza per cui poesia e vita qui non vengono divisi, infatti la presenza della trama di un vissuto personale viene rappresentato come scopo di una ricerca.

Ammettere che la poesia sia il fine di questo libro ci rende noto che essa è protagonista e non un mezzo per raccontare la propria esperienza personale. Dale infatti in queste poesie premette la dedica al poeta Paul Celan anteponendola al proprio vissuto. In Non per l’amore a dire si mettono a fuoco anche la musicalità e la suggestione; il racconto è talvolta presente, ma il vero valore di questi versi è che riescono a comunicare delle sensazioni attraverso le parole, il loro significato e soprattutto il loro suono.

L’ultima sezione intitolata “Me” manifesta il proposito di riacquistare una parte di sé. L’autrice in queste pagine fa un diretto riferimento, citandole, ad Alda Merini e a Silvia Plath.

Un elogio a Dale che già in altri suoi libri ha espresso questa sua valenza poetica.


La Musa Innominabile
Di Chiara Cretella Ricercatrice Universitaria
Giovane poetessa dotata di una grande passionalita’ espressiva, Dale Zaccaria,colpisce per la sua vena perfomartiva, in cui emergono la forza del corpo ondeggiante e la modulazione intensa della voce, che spazia dai toni profondi ad un roco capace di raggrumare i versi nello spazio di una stretta intimita’ , quasi un mistico abbraccio con l’ascoltatore. Ispirata alla migliore confessional poetry femminile, la Zaccaria lavora sul respiro come misura del corpo, plasmando un ritmo serpentino, che si nutre di un uso raffinato della pausa: atmosfere new romantiche, decoupage di citazioni, strappi di senso ricamati su uno sfondo di parole apparentemente quotidiane, che dileguano la loro pregnanza familiare per divenire umore della lontananza, detournement, chimere, che vivono la loro beatitudine icastica in un remoto passato della lingua.

Scrive poesie dall’età di sette anni: una passione che è cresciuta con lei. Ha 33 anni, da più di dieci è impegnata in performance dal vivo in una ricerca di contaminazione tra la poesia e le varie arti. Ha pubblicato tre libri: Di ridicola bellezza, Non per l’amore a dir” e Inedito per una passante.

Sei definita una poeta-chansonnière: cosa vuol dire?

Lavoro con la poesia ad una commistione musicale. Ho un compagno di viaggio, un chitarrista jazz, Fabrizio Rufo, con il quale faccio serate a Roma e in varie parti d’Italia. Credo che la fusione tra musica e poesia permetta un maggior dialogo con chi mi ascolta: il mio interesse primario è che possano arrivare dritti al cuore ed alla mente della gente.

Hai detto: “Credo che oggi più che mai il mondo abbia bisogno di poesia”

La nostra società ha perso quello che per il mondo greco era il mitos, quello che per tante tribù è il rito, il sacro. Questa perdita ha creato una voragine sciocca, surreale, viziosa e autodistruttiva di sé e del mondo. La poesia può restituire il senso vero, profondo di chi veramente siamo. Può riscattarci dagli errori. E’ una filosofia, una religione, una piccola fede: una fiammella che portiamo nel cuore. E’ un dono, un’essenza, un modo di guardare ciò che ci circonda. I Poeti per me sono guide, profeti. Cito Paul Celan che in una lettera scrisse, «le poesie sono anche regali, regali per chi è attento, regali che portano con sé destino».

Di cosa parla il tuo ultimo libro Inedito per una passante?

Parla sia di me, Passante in questo mondo, sia di tante altre vite. E’ un viaggio, una ricerca, una forma di conoscenza di me e del mondo. In questo libro lotto, scrivo, faccio e creo sogno.

Nell’introduzione Leila Zammar afferma che le tue poesie vanno lette e rilette per penetrarne a fondo il senso e partecipare dello stupore con cui l’autrice osserva se stessa guardando il mondo…

Per certi aspetti il mio libro ha in sé lo stupore del sogno. Il mio stupore sta nel guardare anche gli aspetti più negativi, meno belli, con gli occhi del poeta. Questo mi permette di creare una nuova visione, una speranza, di restituire qualcosa che sembrava essere perduto, sconfitto, schiacciato. I fiori della Passante lasciano bellezza, nuove visioni, nuove possibilità di essere.

Dove si può acquistare?

Si può ordinare in tutte le libreried’Italia o via Internet.Ahimè, le piccole e medie caseeditrici come la Manni combattono il grosso problema delladistribuzione e della visibilitàcoperta dalle grosse case editoriali:fanno una continua battaglia per viveree sopravvivere. Non è detto che unlibro di un editore noto sia un buon libro:è una questione solo di mercato.

Progetti futuri?

Vorrei fare un cd con Fabrizio, credo che questo nostro viaggio debba essere inciso. Poi sto lavorando per portare i miei spettacoli nei teatri, anche piccoli. Il teatro è un luogo di grande valore, di grande forza: c’è nel rapporto palcoscenico- platea un rispetto e una sorta di patto di gratitudine tra “attori” e “spettatori”.

Le emozioni di Dale di Ilaria Dioguardi Corriere dell’università e del lavoro


La Poesia non è un mestiere ma un’essenza, di Alessandra Segatori Guidonia Oggi 

Inedito per una passante è il titolo del terzo libro della giovane poetessa sublacense Dale Zaccaria, che sarà in libreria nelle prossime settimane. L’opera mostra ancora una volta il talento della scrittrice e la sua crescita personale: l’autrice, che oggi ha 32 anni e ha iniziato a scrivere poesie dall’età di 7 anni, ha già pubblicato, tra il 2004 e il 2006, due opere, “Di ridicola bellezza” presso la casa editrice Sovera Multimedia, e “Non per l’amore a dire” pubblicato da Manni Editori, che pubblicherà anche “Inedito per una passante”.
Dale Zaccaria, che per la sua poesia in musica è detta “la chansonnier”,  ha appena concluso una lunga tournee, che l’ha vista esibirsi soprattutto nei locali romani, ma anche a Bologna,  accompagnata dalla chitarra di Fabrizio Rufo, e nei prossimi giorni presenterà la sua terza pubblicazione, che raccoglie 52 poesie, in varie città, tra cui  Milano, grazie al sostegno di Onthemove, l’associazione che promuove i giovani artisti, a Roma, e ovviamente a Subiaco, dove l’autrice si augura di poter coinvolgere le scuole, grazie anche al sostegno del sindaco, Pierluigi Angelucci, che ha scritto una nota del libro, mentre la prefazione è stata scritta da Leila Zammar, professoressa di letteratura all’università di Chicago, che ha conosciuto le opere di Dale Zaccaria nel 2007, nel corso della manifestazione “Donna in Poesia” a Cervara di Roma.
“Ringrazio Pierluigi Angelucci, che ha sempre creduto in me e nella mia poesia, come amico prima e come sindaco dopo – ha dichiarato Dale Zaccaria – e ringrazio anche Leila Zammar che ha scritto la prefazione di questo libro al quale tengo particolarmente. La poesia non è un mestiere, è un essenza. Il mio maestro Italo Nanni quando avevo 7 anni mi chiamava “poetessa”, e mi ha detto che la poesia è qualcosa che nessuno potrà mai togliermi. E’ stato un incoraggiamento importante per me, per questo ci tengo molto a portare la poesia nelle scuole”.

L’anima e la notte, della poesia ed altri versi o la grammatica dell’amore
di Lucrezia Le Rose, insegnante di lingue e traduttrice dalla postfazione al libro

Amore, nella lingua italiana, è una parola che evoca sentimenti e sensazioni, che racchiude dentro di sé il cosmo e il mondo umano. È solo un suono, unico nel suo significato, al quale ognuno di noi si è inchinato e con il quale conviviamo tutti quotidianamente, anche a nostra insaputa. L’amore, come sconosciuto, potenza, energia, delusione, pace. Amore è segno e significante, è intangibile ed è personificato. Tuttavia, per capire appieno la poesia di Dale Zaccaria, la semplice e ricercata parola ‘amore’ non basta. Bisogna ricorrere alla lingua greca dove si distinguono otto diversi tipi di amore. Abbiamo così: Agape (αγάπη) è l’amore di ragione, incondizionato, anche non corrisposto. Philia (φιλία) è l’amore di affetto e piacere, di cui ci si aspetta un ritorno come può essere l’amore tra amici. Eros (έρως) è l’amore sessuale. Anteros (αντέρως) è l’amore corrisposto. Himeros (ίμερος) è la passione del momento, il desiderio fisico presente e immediato che chiede di essere soddisfatto. Pothos (πόθος) è il desiderio verso cui tendiamo, ciò che sogniamo. Stοrge (στοργή) è l’amore d’appartenenza, ad esempio tra parenti e consanguinei. Thelema (θέλημα) è il piacere di fare qualcosa, il desiderio di creare. Sarà più semplice per noi capire, così, a quale tipo di amore Dale si riferisce nelle sue poesie. A questo punto è d’obbligo dare una definizione di Poesia. Dale stessa dice ‘[…]E la poesia è tutta intorno nell’aria’. Noi vogliamo aggiungere che ‘poesia’ è segno e significato, è creatività, ritmo, musica, espressione, sensazioni, è intangibile ed è personificata. La poesia di Dale è Amore che si esprime attraverso una sofisticata, ma pur semplice, ricerca stilistica per dare il massimo di evocazioni possibili. In La parola ‘Sfavilli sbatti vento’ evoca il potere delle parole, intese nel significato linguistico di De Saussure, come la capacità umana di profferire suoni per descrivere il proprio mondo interiore. Tuttavia, la parola da sola non basta a trasferire il mondo di sensazioni, energia e Amore di Dale ed ecco entrare in gioco sensi e simboli. Tatto, gusto, vista, udito, odorato, tutti questi sensi sono continuamente presenti in un alternarsi di danza e di sentimenti che descrivono Dale e il suo mondo. Così, in Notte abbiamo ‘il ruggito dei grilli’ evocazione dell’udito. Il silenzio squarciato dalla natura e da un altro essere. E ancora in La parola, l’evocazione del suono umano. Anche la Musica ha ispirato direttamente alcune liriche come: Wedding ‘essere solo una musica’, ispirata da musiche di Goran Bregović o la lirica Suite per piano e voce, da musiche di Filippo Gregoretti, dove troviamo il bellissimo verso ‘ché tu rida e si bagni la voce’ o, ancora, Prelude pour un amour da Chopin. Per quanto riguarda l’evocazione del tatto, in Nove ’Nove volte seduta’ abbiamo la pesantezza del corpo e ‘Lei tiene tenendo la sua mano la poesia […] che non tocca la mia carne’ troviamo la poesia non più come aria, ma come sostanza tangibile, che si tocca, si modella e si tiene con le mani. In Peccato d’amore ritroviamo l’organo tattile per eccellenza, le mani, in ’scivolare nelle tue mani come il giorno e la goccia. E, infine, vorremmo citare solamente Il giardino segreto del tuo corpo, lasciando ai vostri sensi il gusto di assaporare e sentire sulla pelle le sensazioni che suscitano i suoi versi. Anche il gusto ha una parte notevole e importante nella poesia di Dale Zaccaria. Baci, labbra, lingua sono solo il mezzo per poter assaporare le sensazioni dell’Amore, ma ‘la poesia ferma dentro la sua bocca’ ci mostra come sia possibile dare un gusto all’aria. In Wedding è il tempo ad avere un sapore ‘sai di rughe di perle di anni’. In La giravolta è ‘amaro il sorso rosso della bellezza’. Il senso della vista in Dale è espresso attraverso i colori; ogni colore non ne è solo l’evocazione ne è, bensì, l’espressione di un simbolismo fine, ricercato, elegante, carnale che parte dalla natura fisica per arrivare all’anima, intesa come coscienza. Così, ancora in Wedding ’come le spighe e la notte […] che hai occhi d’azzurro d’Agosto e in filature di fiori di biondo’. Oppure in Clarté d’étè, dove lo stesso potere evocativo ci permette di vedere, visualizzare e immaginare nei dettagli tutta la scena. E infine, non meno importante degli altri sensi, è l’odorato, presenza nascosta ma decisa in tutta la poesia di Dale che odora di buio e silenzio. Avevamo accennato a un simbolismo necessario per descrivere le sensazioni e l’energia e il mondo di Dale, ebbene, possiamo distinguere sei simboli principali, alcuni dei quali comuni a tutta la sua poetica: la Rosa, il Bianco, il Sangue, la Notte, le Mani, l’Anima. La Rosa è attesa, è il pazientare per quel qualcosa o per quel qualcuno che arriverà. In questa raccolta di liriche, le Rose sono verità, sono ricerca di giustizia, sono sete di Bene, sono sapienza e conoscenza, sono forza ed equilibrio (Le rose della mia regina, ispirata alla figura di Franca Rame). Il Bianco è purezza di spirito, è il calmante dell’anima come Dale stessa ci dice: ‘la tensione poetica di questo libro sta nella ricerca del bianco, il bianco è un colore che mi appartiene e che mi permette di capire quanta purezza mantengo anche nel verso, e non da ultimo in me stessa. Il colore bianco è ciò che mi permette di colorare, di sfumare, di rompere o armonizzare una lirica. E’ nel bianco che la mia poesia attinge sempre. E’ un colore primario. Senza di esso, lei, la mia poesia non esisterebbe’. Il Sangue è, al contrario, la passione che si impossessa dei sensi, è il circolo vitale dell’Amore e quello che dà consistenza alla sua poesia. Senza sangue non ci sarebbero i contenuti di queste liriche, senza sangue non ci sarebbe questa evocazione sensoriale così potente ed elegante, senza sangue non esisterebbero le figure che si muovono in questi versi. La Notte è l’amica con cui confidarsi, è il tempo per l’amore, è il risveglio e l’ascolto dei sensi, è azione e pace, è il mondo sensoriale che ci appartiene. La notte non è fatta di solitudine, vi si alternano personaggi e figure che la popolano con i loro sentimenti e le loro azioni e sempre alla ricerca della verità. Le Mani sono per Dale l’espressione fisica dell’amore, sono il contatto vero e reale con l’intangibile, sono un ponte tra corpi ed esseri. Le mani, non sono solo arti, non hanno solo una funzione meccanica, sono, bensì, il punto d’incontro con le emozioni degli altri, con l’anima degli altri. E, l’Anima intesa come psyche, respiro, soffio di conoscenza e mente. È l’Anima che vive in tutta la poesia di Dale. È la somma di tutti i simboli illustrati finora. È l’Anima che muove le Mani, è l’Anima che fa circolare il Sangue, è l’Anima che vive la Notte e per la Notte, è l’Anima Bianca che ricerca verità e giustizia. È, infatti, nobile e profondo l’interesse che lega Dale Zaccaria all’impegno sociale; è la continuazione di una tradizione che da sempre combina l’arte, la poesia e la letteratura con i problemi degli esseri umani. In questa raccolta abbiamo un omaggio a Gabriel García Lorca e al suo impegno nei confronti della società spagnola del ‘900; un omaggio doveroso alla figura nobile e bianca di Franca Rame; senza contare l’ispirazione data dalla figura e dalla poetica di Pier Paolo Pasolini. Tutto, comunque, teso a fare poesia, a creare, a vivere, a sentire il sangue nelle vene, a odorare le rose e il senso del Bene, a toccare l’anima e le mani degli altri, a stare nella notte e vedere il bianco, a dare un significato ai segni.


L’anima e la notte della poesia ed altri versi o la grammatica dell’amore.

di Agata Amato insegnante di Lettere 

L’anima e la notte, della poesia ed altri versi di Dale Zaccaria è una raccolta di liriche sull’amore, scritte con un’immediatezza e una autenticità disarmanti.
L’autrice esprime la sua concezione dell’amore, un amore saffico vissuto con grande intensità e partecipazione emotiva e senza pregiudizi e prevenzioni borghesi. Nella rappresentazione di questo amore intervengono sei simboli principali, oggettivati e personificati dall’autrice, che, quasi come da cavalcantiana memoria, agiscono nel teatro dell’anima: la Rosa, il Bianco, il Sangue, la Notte, le Mani, l’Anima.
La Rosa è pazienza e conoscenza, saggezza, forza ed equilibrio, come nella lirica Le rose della mia Regina, ispirata alla figura di Franca Rame, che per l’autrice è presenza e modello fondamentale di donna. Il Bianco è il colore dell’anima, perché rappresenta la purezza e l’innocenza, la luce e la speranza: “il lume del tuo amore/ è bianco”(p.24). Il Sangue è il colore della passione e della sensualità, dell’incendio dei sensi: “la mia amante nuda come/il mio sangue”(p.51). La Notte è il tempo dell’amore, è l’amica fedele che ci segue e che ci ascolta, quella a cui confidare gioie e dolori, sussulti e dispiaceri dell’anima: “Notte. Fosti improvvisa/creatura infedele/qui tra poca luce/e il ruggito dei grilli/si fissò il vento/tanto che tacqui”(p.16). Le Mani sono gli “strumenti” dell’amore perché quello di Dale è un amore che parte dall’anima, ma che ha come oggetto fondamentale il corpo e le sue sensazioni, il tatto, l’olfatto, la vista, l’udito ecc…, in un intreccio originale di sinestesie, come in questo bellissimo verso “ di te che odori di buio e silenzio”(p.23). L’Anima è intesa come respiro, soffio vitale, pensiero in cui si condensano e vivono tutti gli altri personaggi: è l’Anima che cerca le Rose, è l’Anima a cui appartiene la Notte, è l’Anima che aspira alla luce e alla purezza del Bianco, è l’Anima che mette in circolo il Sangue, è l’Anima che muove le Mani come strumento d’amore e di conoscenza.
La scrittura di Dale è essenziale e lineare, paratattica ed ermetica.
A formare un verso sono poche parole, spesso senza segni di interpunzione; e come nella migliore poesia ungarettiana, a volte una sola parola rimane impressa sulla pagina bianca a esprimere con pregnanza tutto un mondo di sensazioni e di simboli. La Poesia è anch’essa nel verso presenza viva, personificata, con cui l’autrice dialoga e insieme a cui vive e comprende la vita. “Se qualcuno/mi chiedesse/che cos’è la poesia?/Io direi solo,/è lei,/il suo colore bianco/i suoi occhi veri/la sua profonda/intelligenza” (p.72).
Un’altra presenza a cui la poetessa rende omaggio fino a dedicargli l’opera è Pier Paolo Pasolini, il “poeta delle borgate e dei sottoproletari romani”; è commovente l’omaggio a PPP, quasi una dichiarazione d’amore: “l’amore come i/tuoi occhi umili/l’amore come i/ tuoi occhi migliori”(p.54).
A terminare la raccolta una poesia intitolata I poeti, in cui l’autrice identifica la poesia con gli aspetti più semplici e umili della vita, a esprimere il “sublime delle piccole cose”: “Un bambino è un poeta/una madre che allatta un/bambino è un poeta…” e a volerci dire che, se siamo capaci di vedere la bellezza nei più piccoli e nei più semplici, allora “la poesia è tutta/intorno nell’aria”.