Recensioni

Nota su Di ridicola bellezza
Dale Zaccaria, Di Ridicola Bellezza, Sovera, Roma, 2004. di Francesco Muzzioli Docente in Teorie delle Letterature all’Università degli studi di Roma “La Sapienza” La bellezza che appare, e si propone come esperienza “sacra” di qualcosa di travolgente (“casomai l’insostenibile”) è però, allo stesso tempo, “ridicola”: lo è, da un lato, in quanto ritenuta tale dalla logica dominante, auspice sì di bellezza, ma di quella ridotta in modelli preconfezionati; ma è “ridicola” anche, dall’altro lato, perché per la sua stessa “insostenibilità” è sempre sul punto di rovesciarsi nel negativo. Non a caso nella poesia di Dale Zaccaria, gli elementi della visione mistica, dove sono evocati, si ritrovano messi sotto cancellatura: e così del dio “dio che non è dio” (“il dio che è fango”, spirito e materia), della “irreligione piena”, della misticità che è “ferina”, ma anche della “bella anima” che rischia di essere un “anima impazzita”, e della bellezza stessa che, quando “si dona”, “è già tutta incattivita”. Ricerca e perdita, voglia di assoluto e corporeità nella loro tensione fanno dell’ossimoro una figura centrale: “vi è una luce/che tende al buio”. L’assoluto eccede la vita, in cui non restano che tracce fisiche, come vediamo in questi versi: “C’è troppa purezza in me/rattrappita in cinque rughe”, dove l’istanza della purezza (significa per la poesia,essendo stata la “poesia pura” una delle tentazioni della modernità letteraria) si trova costretta dentro l’incisione temporale delle “rughe”, materia corporea che si contrae (proprio uno degli “inestetismi” che il lifting postmoderno vuole curare). In questo quadro, è interessante notare che molti testi sono rivolti a un “tu”, confortando in ciò l’idea che il linguaggio sia concepito per l’intesa e per la comunicazione: ma non mancano segnali di difficoltà comunicativa, porte “chiuse” e dubbi radicali ( “non so se sapranno parlarci”), compresa la comunicazione dell’io con se stesso (“dovrei incontrare me stessa”). La forma preferita della Zaccaria è la forma breve, anche brevissima (sebbene al matematica non sia risolutiva in tali materie:il numero minimo è tre versi; la media dei versi per componimento non raggiunge i sette; i più numerosi sono i testi di cinque versi [e se le “cinque rughe”fossero cinque righe?]. Ciò si addice ad una apparizione folgorante. Ma si realizza, però, non senza frantumazione. I versi di queste poesie tendono ad assumere un andamento singolare, come se ciascuno di essi fosse un singolo taglio (una “feritoia rossa”) sulla superficie significante. Non di rado accolgono l’introduzione di particolari incongrui e contradditori (“àncora mia terra se puoi…, la nera/avorio strettoia del giudicare…ecc.). Nell’epoca in cui ogni porta appare “chiusa”, resta questo rovello, questo bisogno (“ho bisogno di un caffè per la mia sigaretta”), che è bisogno di espressione, come corrugamento del linguaggio.


Nota a Non per l’amore a dire
Dale Zaccaria, Non per l’amore a dire, Manni Editori, Lecce,2006 di Leila Zammar Prof.ssa Leila Zammar, Loyola University of Chicago – Rome center, St. John’s University of New York – Rome center, University of Arkansas – Rome center In una recente intervista pubblicata su Terza Pagina, una rivista di editoria e cultura, presente nelle librerie Feltrinelli, Dale Zaccaria raccontando la propria vocazione poetica ha raccontato di aver iniziato a scrivere all’età di sette anni e di essere stata incoraggiata dal maestro delle scuole elementari che la chiamava ogni giorno in cattedra per farle recitare una sua poesia. La poesia è dunque una vocazione precoce e costante della sua vita che la poetessa stessa sente come geneticamente connaturata al suo essere tanto che nell’intervista afferma: “Definirei la mia poesia un’arciera femmina, ma anche una signora contadina. Lei viene dalla linea materna. Da mia nonna, dalla sua semina, dalla sua terra. Poi da Giove che domina il destino di mia madre, la sua storia. La mia poesia ha quest’eredità. Guerriera da un lato, per la mia indole che più che mai a che fare con il potere e il fuoco di Marte, quindi la sua valenza sessuale e maschile, e dall’altro l’incanto, la testimonianza sincera, filiale, di pane e di grano direi, della madre. Quindi da qui il mio essere intima, uterina e poco corale. Femmina. O ancor meglio, intimamente femminile” Ma quello che fa scaturire la scintilla creatrice è un sussulto, un moto interno, un sentimento profondo, che nelle varie forme e nelle molteplici manifestazioni è comunque sempre un sussulto d’amore. Ecco perciò che la raccolta che viene oggi presentata “Non per l’amore a dire” edita dalla ManniEditore può essere considerata una riflessione appunto sull’amore. Un amore che è difficile esprimere a parole e che solo la magia del verso poetico può rivestire di quei significati che si perdono nel discorso quotidiano. La poetessa stessa afferma nell’intervista già citata “…direi che la parola sia sempre perdente. Barattiamo, “traccheggiamo”usando un termine di Elsa Morante, le parole con i sentimenti. Credo che l’amore vero e più sincero sia silenzioso. Non si dica. Questo credo sia l’amore. Il sentire. La verità del sentire l’amore, quell’amore. Amare, ma non dire di amare.” Ecco quindi che la ripetizione anaforica, epiforica, epanalettica unita a figure etimologiche e all’uso di consonanze ed assonanze rendono parole semplici e quotidiane ricche di nuovi significati e le liberano dalla contingenza per renderle pura espressione poetica. E’ in questa chiave che va letto anche l’utilizzo di parole che definirei basse, se non volgari. Inserite in una lirica esse perdono la normale connotazione e si rivestono di nuovi significati, pur mantenendo la propria prepotenza e forza. Alla luce di quanto affermato non ci si deve stupire del fatto che la poesia di Dale Zaccaria oltre ad essere una poesia carica di sensualità sia anche una poesia che va letta più e più volte, in cui ogni parola va soppesata e compresa fino in fondo affinché la moltitudine di significati si faccia a poco a poco strada nella nostra coscienza. Non sfugge inoltre l’amore per la poesia e per chi vive di poesia. Da qui l’omaggio che la poetessa rivolge a Sylvia Plath ad Alda Merini e soprattutto a Paul Celan al quale dedica la raccolta.


La Musa Innominabile
Dale Zaccaria Di Chiara Cretella nel Quadrimestrale di Informazione e Cultura Letteraria e Artistica Le voci della luna n. 43 Marzo 2009 Giovane poetessa dotata di una grande passionalità espressiva, Dale Zaccaria,colpisce per la sua vena perfomartiva, in cui emergono la forza del corpo ondeggiante e la modulazione intensa della voce, che spazia dai toni profondi ad un roco capace di raggrumare i versi nello spazio di una stretta intimità, quasi un mistico abbraccio con l’ascoltatore. Ispirata alla migliore confessional poetry femminile, la Zaccaria lavora sul respiro come misura del corpo, plasmando un ritmo serpentino, che si nutre di un uso raffinato della pausa: atmosfere new romantiche, decoupage di citazioni, strappi di senso ricamati su uno sfondo di parole apparentemente quotidiane, che dileguano la loro pregnanza familiare per divenire umore della lontananza, detournement, chimere, che vivono la loro beatitudine icastica in un remoto passato della lingua.


Nota critica a Inedito per una passante
A cura di Jacqueline Spaccini Critica e traduttrice - Professoressa Département d'Etudes Italiennes Université de Caen Basse-Normandie France www.laboratoriodicriticadarteletteratura.blogspot.com DALE ZACCARIA E LE PAROLE REMIGRANTI NELL’AERE di Jacqueline Spaccini S'affannano, i poeti. Se i danzatori debbono piegare il corpo per esprimere il proprio concetto di danza, i poeti hanno che fare con le parole. Ma le parole sono tante e diseguali, neppure appartengono alla stessa categoria. E come le note musicali vanno distribuite e poi occorre eseguirle, le note-parole. Alla stregua delle parole, i poeti non sono uguali: c'è il pianista come Alessandro Iovinelli, il violoncellista alla maniera di Mia Lecomte. Poi c'è Dale Zaccaria che io leggo e ascolto come un flauto traverso. Io t'amo. T'amo nell'amore che t'amo. Nel seno dell'anima t'amo. Cosparsa violenta fantasia, mai mia io t'amo. Nella bocca casta - nel corpo che cadde - nel lucente, come luce e congiuntura, nell'oblio, io t'amo e non t'amo e poi t'amo. Limpida fredda e brillante nel timbro, la sua poesia si abbandona ad accostamenti audaci e felici (una stoffa di vento chissà / un quadrato di gigli) talvolta troppo cerebrali (l'ossessiva invenzione delle parole valigia: nottetarda, biancoseppia, cosìsia, pesanteleggera nonché dei sostantivi), ma così è il flauto traverso quando vuol essere tamburo. La musicalità di Dale si avverte più sincera quando chiede ausilio al romanticismo mai rinnegato nell'amore: getta le ginestre ti prego e chiudi gli occhi, negli inviti ma anche nelle interrogazioni: Dimmi, forse è questo / tremito della carne / il passo dell'aquilone /...? È nella felice soluzione dei capelli stretti al tempo, quei bei capelli sbriciolanti, nella metafora densa del cuore (il suo), mucchio d'acqua nella cisterna. E se la parola anima ricorre almeno otto volte non è un caso. Dale giura (parafraso) di non voler toccare né l'abisso né l'anima, quella che l'oggetto del suo scrivere fa precipitare, quando non si fa essa stessa leggera, a tratti insouciante (uno sbadiglio); anime tutte al femminile, facili a frantumarsi, esigibili ed esatte, se è vero che il suo morire è l'altrui splendere... A ben guardare, allora, nel sostrato della poesia di Dale Zaccaria vi è non già un rincorrere la sua anima, bensì la ricerca di uno statuto per essa. Della sua affermazione. Anche se poi si può accettare che venga calpestata, insieme con un cuore aperto sul polso per uno stormo di capelli. È una lingua poetica in divenire quella di Dale Zaccaria, cui occorre solo che si irrobustisca come quei vini rossi che necessitano del tempo che passa. Così come il cielo per farsi gravido ha bisogno di nuvole gonfie di pioggia. Null'altro. Questa è a lirica da me preferita: Togliendoti non ti do che la poesia del silenzio la poesia che non vedi forse quella che non senti la poesia che si sta arrampicando senza un nome lungo il morso del mio viso. [Saint-Cloud, le 28.06.2009]


Inedito per una passante Poesia Dale Zaccaria
di Vittoria Ravagli Nel Quadrimestrale di cultura letteraria e artistica Le Voci della luna n.46 Marzo 2010 "...e chiamiamo distanze / scriviamo canzoni" Colpisce la musicalità di questa poesia che sembra scritta per essere recitata con l' accompagnamento di uno strumento dai suoni leggeri.... E' piena di aria, colori e un'infinità di fiori e cieli e stelle. E di luce, fuori e dentro: osservazione, ricerca; ed amore, spirituale e terrestre. Una vertigine di sensazioni, atmosfere, incontri per questa "passante" appassionata che osserva stupita la terra madre, e la canta: le immagini poetiche si rifanno per lo più al mondo vegetale. Nella poesia di Dale germogli, radici, erba son complementari a lei, parte stessa di questa natura che ama e canta. Le sue parole sono libere come l'aria e cambiano di senso, assumono significati nuovi, sole o accoppiate tra loro creano immagini/suoni comprensibili e inediti: Dale osserva gli alberi "che non dicono"/ c'è "il volare delle mani/ "uno sbadiglio d'anima" "lo stormo dei ..capelli/"lo sgorgare delle campane" "e sono nuvole,/le palpebre,/ montagne,/ ombre del cielo" . E' "nel cuore del mondo", dice: "nell'acqua/ nel fondo/ ti cerco". Quando scrive dei fiocchi di neve pare descrivere il nostro percorso umano: "e passavano e morivano/e morivano e passavano". Assonanze, parole ripetute ad arte, musicalità, bella poesia, anche per noi "passanti", sconosciuti, gli uni agli altri, forse a noi stessi. Passanti in cerca di amore, silenzio, parole e canti. Con intorno un mondo bellissimo, una terra che ci regala infinite fantastiche immagini.. Anche la morte è una "passante": ".. ancora per poco/m'infiammeranno le stelle.." Ma non gira intorno a sé, non si autocompiace la poesia di Dale. E bellissimo é il suo canto per Malalay Joya, simbolo delle donne coraggiose "senza nessun padrone". Qui diventa forte, terrestre, la donna poeta che canta per tutte le donne "..la voce di una donna/di altre cento donne.." "..ché non si pieghi ché non si fermi ché germogli questo canto per altre cento mille donne canto la voce di una donna senza fili senza barriere senza il seme del loro sangue senza nessun padrone..."