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Facebook una miniera d’oro di solitudine di ZYGMUNT BAUMAN

zygmunt bauman facebook una mniera doro di solitudine

a cura di Zygmunt Bauman

Facebook è un esempio molto importante, che spiega quello che si sta verificando nella società contemporanea. Io non approvo né disapprovo. Sto semplicemente cercando di spiegare, in base alle mie conoscenze, quali decisioni siete chiamati a prendere, in direzione di una vita vera, degna di essere vissuta. Un altro punto che vorrei toccare ha a che fare con uno studente del primo anno dell’Università di Harvard: Mark Zuckerberg. Lui afferma di aver inventato Facebook, ma i suoi colleghi la pensano diversamente: dicono che ha rubato la loro idea. Facebook oggi vale cinquanta miliardi di dollari nei mercati azionari. 500 milioni di persone sono membri attivi di Facebook. Chiaramente Mark Zuckerberg, una persona ricca di inventiva e di creatività, una persona intelligente, mettetela come volete, ha trovato una miniera d’oro. E quindi mi domando che tipo di miniera d’oro sia: forse una miniera d’oro di paura? di solitudine? L’antenato di Facebook, per così dire, è stato il Walkman, che consentiva di ascoltare la radio in qualunque posto della casa. Come fu creata la domanda? Con uno slogan. Uno slogan molto intelligente: “Mai più da soli”. E questa era una miniera d’oro, tante persone temevano di restare sole. Il perché cercherò di spiegarlo, ma dovrò ripetermi. La risposta è: perché le nostre connessioni con gli altri sono fragili, perché regna l’incertezza. Ciò di cui abbiamo più paura è la paura di essere respinti, di essere esclusi. Nel senso generale del termine: respinti dalla famiglia, da un compagno, dalla comunità di amici, dal capo ufficio, dal capo dell’azienda per cui lavoriamo. La paura di essere respinti in qualunque luogo in cui si esprima la società. È questa, secondo me, la miniera d’oro. C’è una differenza tra questo vivere insieme, che impedisce appunto la solitudine, nel network e nella comunità. E qual è questa differenza? La metafora che ho utilizzato nei miei libri è quella dei microfoni nei confessionali. Il confessionale è il simbolo del luogo più intimo, del segreto più intimo che voi volete far custodire solo a Dio, o a un amico molto selezionato con cui decidete di confidarvi. Normalmente il confessionale garantisce questa estrema intimità. Immaginate che nel confessionale vengano messi dei microfoni, e che il vostro segreto venga divulgato attraverso degli altoparlanti in una piazza. Immaginate questa situazione: è esattamente quello che sta succedendo oggi. Il 61% dei ragazzi inglesi, all’inizio del proprio percorso scolastico, si è esposto virtualmente nudo: su Facebook, appunto. Questi ragazzi hanno confessato la loro difficoltà a parlare, proprio mentre parlavano pubblicamente mettendo in piazza le loro persone, le loro preferenze, i loro peccati, qualunque cosa insomma. Perché i giovani si comportano così? Perché, cari amici, il modello di esserci, cioè di provare la propria esistenza, è cambiato in modo significativo negli ultimi trecento anni, rispetto a quando Cartesio disse: “Cogito, ergo sum”. “Penso, dunque sono”: questa era la certezza assoluta, e non è più valida oggi. Se Cartesio oggi fosse qui… be’, ovviamente è una battuta, ma l’argomento è serio… se fosse qui direbbe: “Ho visto in TV, dunque sono”. Forse questo sarebbe l’assioma, tradotto oggi. Signore e signori, solo i personaggi famosi possono dirlo. Noi siamo persone comuni. Noi non andiamo in TV e non possiamo ragionare così, e quindi dobbiamo cominciare a dubitare della nostra esistenza. Facebook è la risposta per l’uomo della strada, è l’edizione per l’uomo comune, la versione comune dello stare sotto i riflettori, del comparire in TV o sui rotocalchi patinati. La domanda quindi è: perché le celebrità vengono guardate con tanta ammirazione? Perché ciascuno di noi parla di loro, guarda a loro con interesse, le celebrità sono appunto oggetto di sguardi in ogni parte del mondo. Celebrità è colui che è noto per essere noto. Questa è l’identità delle celebrità. Quello che le rende delle celebrità non è tanto ciò che fanno, quanto il fatto che milioni di persone le guardino e parlino di loro. E nel momento in cui vi esponete attraverso il vostro account su Facebook, voi avrete la possibilità di essere guardati da molte persone: verrete notati. È come se vi metteste sul mercato, per essere venduti. È un progetto ideato e realizzato da cercati o ignorati, non lo sapete: è un rischio da correre. Come un bene di consumo lanciato sul mercato, ciascun prodotto di questo tipo corre il rischio di essere ignorato. Però ogni rischio include un’opportunità. Non c’è mai la sicurezza di vincere, è come comprare un biglietto della lotteria: ma comprando almeno un biglietto, anche se ovviamente non sarete sicuri di vincere, potrete almeno sperare. Questo stesso gioco di probabilità vale con Facebook, Myspace, Twitter, che grazie a Mark Zuckerberg sono diventati una miniera d’oro, proprio perché c’era questa miniera da scavare. L’oro è la paura della solitudine, risultato inevitabile di legami sempre più fragili. Penso che, se comincerà a svanire questa paura, diminuirà il numero di persone che stanno sedute per ore a chattare su Facebook.

Internet, Google: sopravvalutati e pericolosi di NOAM CHOMSKY

Internet, Google sopravvalutati e pericolosi di NOAM CHOMSKY

Noam Chomsky Professore Emerito Dipartimento di Linguistica e Filosofia del MIT

Il telegrafo e le biblioteche pubbliche ebbero un impatto molto maggiore nelle comunicazioni e l’accesso all’informazione che internet.

La transizione tra la comunicazione che permetteva la navigazione a vela e quella che permise il telegrafo fu molto maggiore di quella che generano le differenze tra la posta tradizionale ed internet.

150 anni fa se mandavi una lettera in ‘Inghilterra, la risposta poteva ritardare di circa due mesi, perché la comunicazione passava attraverso barche e navi, e poteva anche non compiere il suo destino, di arrivare al mittente.

Quando nacque il telegrafo la comunicazione diventò praticamente istantanea, ed ora che abbiamo internet è solo un po’ più rapida.

Un secolo fa, quando si stabilirono biblioteche pubbliche nella maggioranza delle città statunitensi, la disponibilità di informazione e l’incremento nella ricchezza culturale fu ampiamente maggiore di quello che genera internet.

Ora non devi attraversare la strada per andare in biblioteca, puoi avere accesso all’ informazione direttamente da casa tua, dal tuo proprio living, ma l’informazione stava già lì, attraversando la strada.

La differenza tra internet ed una biblioteca è più piccola della differenza tra l’assenza di una biblioteca ed una biblioteca  Nella biblioteca almeno puoi essere sicuro che il materiale avrà un certo valore perché attraversa un processo di valutazione.

Internet è una somma di idee rischiose ed è difficile distinguere materiale, libri, informazioni scritti tra quello che qualcuno pensa mentre attraversa la strada e quello che un altro studia in profondità.

Camminare parlando al telefono è una forma di mantenersi in contatto con altri, ma, si fa un passo avanti o un passo indietro?

Io credo che probabilmente si fa un passo indietro, perché le persone restano separate, e si costruiscono relazioni superficiali.

Invece di parlare faccia a faccia con le persone, di conoscerle attraverso l’interazione, c’è una specie di carattere casuale in questa cultura in via di sviluppo con le nuove tecnologie.

Conosco adolescenti che credono che hanno cento  amici, quando in realtà sono molto isolati e soli.

Quando scrivono su Facebook che hanno domani un esame, e qualcuno risponde loro ‘spero che ti vada bene’  concepiscono questo  come amicizia.

Ancora non ho visto nessun studio, ma penso che la nuova tecnologia stia isolando le persone ad un grado sempre maggiore, le stia separando le una dalle altre.

Le lenti di Google sono orwelliane e ridicole ed internet può isolare e radicalizzare le persone.

Internet ci dà accesso istantaneo ad ogni tipo di idee, opinioni, prospettive, informazione. Questo ha ampliato i nostri orizzonti o li ha ristretti?

Io credo  entrambe. Per alcuni li ha ampliati. Se sai quello che stai cercando e hai un senso ragionevole di come procedere, internet può ampliare le tue prospettive.

Ma se ti avvicini ad internet in maniera disinformata, l’effetto può essere l’opposto.

La maggioranza usa internet come divertimento, diversivo. Solo una minoranza lo usa per acquisire informazione.

Solo per propositi commerciali, Google, Amazon ed il resto stanno collezionando enormi quantità di informazioni delle persone;  informazione che io credo non dovrebbero avere.

Inseguono le tue abitudini, i tuoi acquisti, il tuo comportamento, quello che fai e stanno tentando di controllarti dirigendoti in determinate direzioni.

E credo che lo stiano facendolo su dei livelli che superino quello che il governo fa. Cosicché il governo sta chiedendo loro aiuto.

Molto spesso i più giovani, non vedono nessun problema in questo. Vivono in una società e in una cultura esibizionista, dove  tutto quello che scrivi su Facebook, è perché vuoi che il mondo sappia tutto di te. Cosicché anche il governo saprà tutto su te.

Quando i mezzi per fare qualcosa sono disponibili e sono facilmente accessibili, sono tentatori per la gente, specialmente il più giovane, tende ad usarli.

Internet è una tecnologia che è disponibile, c’è molta pressione ad usarla, tutto il mondo vuole dire la sua: ‘io dico questo, io dico quest’altra cosa .’ C’è una componente dove la gente si auto-valorizza.

Ma ci sono anche tonnellate di pubblicità.  Internet vende se stesso come un mezzo per  farci comunicare e restare collegati, ma fino ad un certo livello, quello è certo:  posso contattare amici autentici in differenti parti del mondo, in India, in Medio Oriente, in Cile, in qualunque posto.

E posso interagire con loro  in una forma che sarebbe molto difficile per posta.

Ma d’altra parte, Internet ha anche l’effetto opposto. È come qualunque tecnologia:  è essenzialmente neutra, possa usarla in forma costruttiva o dannosa. Le forme costruttive sono reali, ma molto poche.

Non in mio nome: contro le bombe italiane in Yemen: 6.500 bambini uccisi o feriti.

Contro le bombe italiane in Yemen 6.500 bambini uccisi o feriti.

#noninmionome

Contro le bombe italiane in Yemen: 6.500 bambini uccisi o feriti.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11 della Costituzione Italiana).
Uccidere bambini in un conflitto è vietato dal diritto internazionale umanitario. La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90) proibisce l’esportazione verso paesi che violano i diritti umani. Per proteggere i bambini in conflitto è quindi necessario e urgente fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini. Rapporti, foto e reportage realizzati in Yemen documentano che alcuni resti delle bombe esplose in zone civili, su case e villaggi in cui erano presenti famiglie con bambini, recavano il codice A4447 che riconduce ad una fabbrica di armi in Sardegna.
https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen

Villastanza: Grandi donne nella storia: Franca Rame – 11 Marzo 2019

Locandina FRANCA
L’invito è aperto a tutta la cittadinanza da parte della Scuola Media Romano Rancilio di Villastanza. Con una mostra sulle donne della Costituzione dell’Anpi di Magenta.

Firenze: In memoria di Federico Barakat 10° anniversario – 25 Febbraio 2019

Convegno in memoria di Federico Barakat 10 anniversario

L’ Associazione Federico nel cuore Onlus e l’ UDI – Unione Donne in Italia hanno il piacere di invitarvi al convegno da noi organizzato per il decimo anniversario della morte di Federico Barakat, vittima di figlicidio.

Il 25 febbraio di dieci anni fa, la vita di Federico Barakat, di soli otto anni, veniva spezzata dalla violenza del suo stesso padre, nell’ambito di uno degli incontri protetti che il bambino era costretto ad effettuare malgrado il suo rifiuto di frequentare l’uomo che aveva fatto del male alla mamma e a lui.
Tante cose sarebbero potute andare diversamente, se solo si fosse dato più ascolto alla voce di una madre e di suo figlio.
Sono passati dieci anni e mai come in questo momento storico la tragedia che ha subito Antonella Penati assume un ruolo politico emblematico e cruciale.
Il decimo anniversario dall’uccisione di Federico si colloca infatti in un contesto politico drammatico, dove è sempre più concreto ed imminente il rischio di vedere il moltiplicarsi a dismisura di situazioni analoghe a quella che erano costretti a vivere Antonella e il piccolo Federico, grazie ai disegni di legge in discussione presso la Commissione Giustizia del Senato in tema di tutela dei minori nei procedimenti di separazione.
Per questo è importante che, proprio in questa data, le figure più competenti, per esperienza e professionalità, si riuniscano insieme per fare il punto sulle buone pratiche in tema di violenza domestica. Per far sì che il sacrificio di Federico non sia vano e che i bambini oggi a rischio, possano davvero essere tutelati.
Vi aspettiamo numerose/i.

+++++IMPORTATE++++
Per la partecipazione è richiesto l’accreditamento. Inviare una mail a presidente@federiconelcuore.org oppure a udinazionale@gmail.com avente come oggetto il riferimento all’evento e indicando nome, cognome, organizzazione, professione, telefono, mail.

Messaggio delle COMPAGNE ZAPATISTE alle donne in LOTTA nel mondo

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Traduzione di Rebecca Rovoletto, fonte yabastanapoli
Comune-Info.Net

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE. MESSICO

Febbraio 2019.

Sorella, compagna:
Ti mandiamo un saluto come le donne in lotta che siamo, a nome delle donne zapatiste.

Quello che vogliamo dire o informare è un po’ triste perché ti diciamo che non saremo in grado di fare il II° Incontro Internazionale delle Donne che Lottano, qui nelle nostre terre zapatiste, questo marzo 2019.

Le ragioni per cui non possiamo, può essere che forse le conosci già, e se no allora ti raccontiamo un po’.

Bene, si scopre che i nuovi cattivi governi hanno già detto chiaramente che stanno per fare i megaprogetti dei grandi capitalisti. Dal loro Treno Maya, al loro piano per l’Istmo di Tehuantepec, al loro piantare alberi per i mercati di legname e frutta. Hanno anche detto che entreranno le compagnie minerarie e le grandi aziende alimentari. E hanno anche un piano agrario che porta a compimento l’idea di distruggerci come popoli originari, in modo da convertire le nostre terre in merci, che quindi vogliono completare ciò che Carlos Salinas de Gortari ha lasciato in sospeso perché non poteva, perché lo fermammo con la nostra rivolta.

Questi progetti sono di distruzione. Non importa quanto vogliono coprirli con le loro bugie. Non importa quante volte moltiplichi i tuoi 30 milioni di appoggi. La verità è che vanno del tutto contro i popoli originari, le loro comunità, le loro terre, le loro montagne, i loro fiumi, i loro animali, le loro piante e persino le loro pietre. Quindi non vanno solo contro di noi, le zapatiste, ma contro tutte le donne che dicono di essere indigene. E poi anche contro gli uomini, ma in questo momento stiamo parlando come le donne siamo.

Vogliono che le nostre terre non siano più per noi, ma affinché i turisti vengano a fare una passeggiata e abbiano i loro grandi hotel e i loro ottimi ristoranti, e le attività che sono necessarie ai turisti per avere quei lussi.

Vogliono che le nostre terre diventino fattorie che producono legni pregiati, frutta e acqua; diventino miniere per estrarre l’oro, l’argento, l’uranio e tutti i minerali che ci sono e che i capitalisti vogliono.

Vogliono che diventiamo le loro operaie, le loro serve, che vendiamo la nostra dignità per poche monete al mese.

Perché quei capitalisti, e coloro che li obbediscono nei nuovi cattivi governi, pensano che ciò che vogliamo sia il salario.

Non possono capire che vogliamo la libertà, non capiscono che il poco che abbiamo raggiunto è stato combattendo senza che nessuno ci chieda il conto, senza foto, senza interviste, senza libri, senza consultazioni, senza sondaggi, senza votazioni, senza musei e senza bugie.

Non capiscono che ciò che chiamano “progresso” è una menzogna, che non possono nemmeno prendersi cura della sicurezza delle donne che continuano a essere picchiate, violentate e assassinate nel loro mondo progressista o reazionario. Quante donne sono state uccise in questi mondi progressisti o reazionari mentre leggi queste parole, compagna, sorella? Forse lo sai, ma naturalmente ti diciamo che qui, nel territorio zapatista, non una sola donna è stata uccisa in molti anni. Ma sì, dicono che siamo quelle arretrate, quelle ignoranti, la pochezza.

Forse non sappiamo qual è il miglior femminismo, forse non sappiamo dire “corpa” oppure, a seconda, come cambiare le parole, o ciò che è l’equità di genere o di quelle cose che hanno così tante lettere che non si riescono a pronunciare. E non è neppure giusto quella che chiamano “parità di genere”, perché parla solo di parità tra donne e uomini, e invece noi, che ci dicono ignoranti e arretrate, sappiamo bene che ci sono coloro che non sono né uomini né le donne e che noi chiamiamo “otroas”, ma queste persone si chiamano a loro piacimento, e non è stato loro facile conquistare il diritto di essere ciò che sono senza nascondersi, perché le deridono, le perseguitano, le violano, le uccidono. E le stiamo ancora costringendo a essere o uomini o donne e che devono stare da una parte o dall’altra? Se quelle persone non vogliono farlo, allora è male che non vengano rispettate.

Perché allora, come possiamo lamentarci che non ci rispettano come le donne che siamo, se non rispettiamo queste persone? Ma vabbè, forse è perché parliamo di ciò che abbiamo guardato da altri mondi e non abbiamo molta conoscenza di queste cose.

Quello che invece sappiamo è che lottiamo per la nostra libertà e che ora dobbiamo lottare per difenderla, in modo che la storia di dolore delle nostre nonne non sia sopportata dalle nostre figlie e dalle nostre nipoti. Dobbiamo lottare perché la storia non si ripeta tornando al mondo in cui preparavamo solo da mangiare e davamo alla luce bambini, per vederli in seguito crescere nell’umiliazione, nel disprezzo e nella morte.

No, non ci sollevammo in armi per tornare allo stesso punto.

Non resistiamo da venticinque anni per passare ora al servizio dei turisti, dei capi, dei capisquadra. Non smetteremo di essere promotori di educazione, salute, cultura, mediatori, autorità, controllori, per diventare impiegati in alberghi e ristoranti, servendo estranei per pochi pesos. Non importa se ci sono molti o pochi pesos, ciò che conta è che la nostra dignità non ha prezzo. Perché è quello che vogliono, compagna, sorella, che nella nostra terra diventiamo schiavi che ricevono elemosine per aver lasciato che distruggano la comunità.

Compagna, sorella:

Quando sei arrivata in queste montagne per l’incontro del 2018 vedemmo che ci guardavi con rispetto, e talvolta con ammirazione. Anche se non tutte quelle che sono venute lo hanno fatto in questo modo, perché sappiamo che ci sono persone che vengono a criticarci e ci guardano male. Ma questo non importa, perché sappiamo che il mondo è grande e ci sono molti pensieri e alcune persone capiscono che non tutte possono fare le stesse cose, mentre altre non lo capiscono. Questo perché ti rispettiamo, compagna e sorella, perché quello non era il fine dell’incontro. Cioè, non era per vedere chi ci dà buoni voti o brutti voti, ma per trovarci e sapere che lottiamo come le donne che siamo.

E poi non vogliamo che tu ora ci guardi con dispiacere o pietà, come serve a cui vengono dati ordini in modo buono o cattivo; o come quelle con cui contrattare per il prezzo del loro prodotto, che sia artigianato, che sia frutta o verdura, che sia qualunque cosa, come fanno le donne capitaliste. Che però, quando fanno shopping nei loro centri commerciali lì non contrattano, ma pagano quello che dicono i capitalisti e addirittura sono contente.

No compagna, sorella. Combatteremo con tutto e con tutte le nostre forze contro questi megaprogetti. Se conquistano queste terre, sarà sul nostro sangue, quello delle zapatiste. Questo è quello che abbiamo pensato e che faremo.

Improvvisamente questi nuovi cattivi governi pensano o credono che, poiché siamo donne, abbasseremo rapidamente la testa, obbedienti al capo e ai suoi nuovi capisquadra, perché quello che stiamo cercando è un buon datore di lavoro e una buona paga.

Invece no, quello che vogliamo è la libertà che nessuno ci ha regalato, che abbiamo conquistato combattendo anche con il nostro sangue. Pensate che quando arriveranno le forze dei nuovi cattivi governi, i loro paramilitari, le loro guardie nazionali, li riceveremo con onore, con gratitudine, con gioia? No, succederà che li riceveremo combattendo e vedremo se imparano cosa sono le donne zapatiste che non si vendono, non si arrendono e non zoppicano.

Noi, quando c’è stato l’Incontro delle Donne che Lottano l’anno scorso, ci siamo sforzate perché fossi felice e contenta e al sicuro, compagna e sorella. E lì abbiamo raccolto il buono come la critica che ci hai lasciato: che era molto duro il tavolato, che il cibo non ti piaceva, che era molto costoso, del perché di questo e del perché di quello. Ti informiamo di come abbiamo già lavorato e delle critiche che abbiamo ricevuto.

E anche se con lamentele e critiche, forse qui eri al sicuro, senza che uomini buoni o cattivi ti guardassero e giudicassero. Eravamo donne pure, lo sai.

E ora non è più sicuro, perché sappiamo che il capitalismo arriva dappertutto e dove vuole, non importa a quale costo. E lo faranno perché sentono che molte persone li sostengono e che possono fare atrocità e spettacoli e li stanno ancora applaudendo. E ci attaccheranno e controlleranno i loro sondaggi per vedere se hanno buoni risultati e così via fino a quando non ci finiranno.

E mentre scriviamo questa lettera, gli attacchi dei loro paramilitari sono già iniziati. Sono gli stessi di prima del PRI, poi il PAN, poi il PRD, poi il PVEM e ora sono di MORENA.

Quindi, ti diciamo, compagna e sorella, che non faremo qui l’Incontro, ma lo facciamo nelle tue terre, secondo i tuoi modi e i tuoi tempi. Anche se non parteciperemo, volgiamo pensarvi.

Compagna, sorella:

Non smettere di combattere. Anche se quei maledetti capitalisti e i loro nuovi cattivi governi se la cavano e ci annientano, allora devi continuare a combattere nel tuo mondo.

Perché abbiamo concordato nell’Incontro che stiamo andando a combattere in modo che nessuna donna in nessun angolo del mondo abbia paura di essere una donna. E poi il tuo angolo è il tuo angolo, compagna e sorella, e lì ti tocca, come a noi tocca qui nelle terre zapatiste.

Questi nuovi cattivi governi pensano che ci sconfiggeranno facilmente, che siamo poche e che nessuno ci sostiene in altri mondi. Ma sia quel che sia, compagna e sorella, anche se rimarrà solo una di noi, forse quella sola combatterà per difendere la nostra libertà. E non abbiamo paura, compagna e sorella. Se non abbiamo avuto paura più di venticinque anni fa, quando nessuno ci guardava, beh ancor meno ora che ci hai guardate tu, bene o male, ma ci hai guardate.

Compagna, sorella:

Bene, prenditi cura della piccola luce che ti abbiamo regalato. Non lasciare che si spenga.

Anche se la nostra si estingue qui col nostro sangue, e anche se si spegne in altri posti, tu prenditi cura della tua perché, anche se i tempi sono ormai difficili, dobbiamo rimanere ciò che siamo, e che siamo donne che lottano.

È tutto compagna e sorella. La sintesi è che non faremo l’Incontro o, meglio, che noi non parteciperemo. E se fanno l’Incontro nel tuo mondo e ti chiedono dove sono le zapatiste, perché non vengono, bene tu dì la verità, dì loro che le zapatiste stanno combattendo nel loro angolo per la loro libertà in quanto donne siamo.

È tutto, prenditi cura di te compagna e sorella. Improvvisamente non ci guardiamo più. Forse ti dicono di non pensare alle zapatiste perché sono già finite, che ormai non ci sono più zapatiste, ti diranno. Ma quando pensi che non ancora, che ancora non ci hanno sconfitto, proprio lì senza preavviso, vedi che ti guardiamo e una di noi si avvicina e ti chiede all’orecchio in modo che solo tu possa sentire: “Dov’è la piccola luce che ti abbiamo dato?”-

Dalle montagne del sudest messicano.
Le donne zapatiste
Febbraio 2019.

fonte originaria http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/02/11/carta-de-las-zapatistas-a-las-mujeres-que-luchan-en-el-mundo/

Intervista a Bruna Conti ” Questo viaggio chiamavamo amore” Sibilla Aleramo e Dino Campana


“Diversa da ogni altra, insostituibile, sola e di me stessa signora”
Sibilla Aleramo

 
Questo viaggio chiamavamo amore
Intervista a Bruna Conti
(a cura di Dale Zaccaria)
Bruna Conti ha curato il carteggio edito da Feltrinelli “Un viaggio chiamato amore” Lettere 1916-1918. Ha tenuto e curato l’Archivio Sibilla Aleramo e l’Archivio Luchino Visconti presso la Fondazione Gramsci di Roma e l’Archivio Pier Paolo Pasolini. Ha curato testi sulla vita e l’opera di Sibilla Aleramo.*
 
La figura di Sibilla Aleramo sembra essere in bilico tra una personalità dannunziana e una donna antesignana del femminismo, per scelte, coraggio, e modalità relazionali all’epoca impensabili per una donna. Quali di questi due aspetti prevale di piu’ secondo lei?
“ Sibilla è una donna che vive tutta la sua vita fino alla fine in una tensione altissima tra forza e fragilità, è fragile e forte al contempo, tutto questo sicuramente reso ancora più estremo da un suo altissimo coraggio, Sibilla è una persona molto coraggiosa per l’epoca, consapevole che se avesse lasciato il marito (1) non avrebbe avuto l’affidamento di suo figlio, consapevole altrettanto che senza il consenso del marito non avrebbe ricevuto i soldi dati a lei in eredità dallo zio. Tutte queste cose sono molto chiare in lei. Nonostante tutto lascia il marito. L’Aleramo poi, può considerarsi una femminista ante-litteram, che punta più alla liberazione della donna che alla sua emancipazione.Mentre la sua personalità dannunziana è più nel suo gusto estetico. Sibilla ad esempio metteva petali sul letto non era una donna come dire di certa bassezza anche sessuale, come nel film di Placido, l’Aleramo non sarebbe mai andata in una bettola o avrebbe vissuto atti d’amore in posti come il vagone di un treno”.
Molte femministe ritengono Sibilla Aleramo una vittima degli uomini. Una che vive solo in funzione di loro. Dall’ altra parte, l’amica e scrittrice Matilde Serao le dice: Sibilla, sentite, procurate di non innamorarvi più: voi soffrite troppo, quando amate“. “Vittima” dunque più del suo stesso amore?
“ In realtà vive tutte le sue relazioni più in funzione di una necessità che d’ incontri voluti dal destino o in maniera libera. Sibilla non riesce a star sola. Ha bisogno continuamente di un uomo. Oltretutto la maggior parte degli uomini con cui ha stabilito relazioni erano quasi tutti molto più giovani di lei. Con Franco Matacotta(2) si passavano ben quarant’anni di differenza. Una storia durata dieci anni con tutte le sue ombre, una storia questa anche con un nodo, come dire, sado-masochista.L’Aleramo tendeva al legame. Ogni amore come se fosse per sempre.”
Il rapporto con Dino Campana sembra essere una continua fuga e un continuo rincorrersi.
“ Per capire gli spostamenti di Sibilla Aleramo basta seguire Dino Campana. Dove lui andava lei di conseguenza lo seguiva. Campana era un uomo imprevedibile. Capace di qualsiasi cosa all’ultimo minuto. Un grande camminatore tra l’altro. Poteva camminare per giorni. Senza fermarsi. Il loro poi era un rapporto violento e passionale. Vennero spesso alle mani entrambi, a picchiarsi, come testimoniano i racconti della famiglia Cecchi. Campana la ingiuriva verbalmente e fisicamente, “un martirio” appunto che non poteva essere portato avanti a lungo, così che sarà l’Aleramo a troncare questa storia, che forse, secondo me, poteva anche durare di più. Poi alla fine la loro storia d’amore si consuma in pochi mesi d’incontri, aldilà che le lettere comprendano un periodo maggiore che va dal 1916 al 1918.”
 
Il rapporto tra Dino Campana e Dannunzio come è da considerarsi. Di stima o no? In un passo delle lettere Campana si rivolge a Sibilla facendo riferimento al Poeta di Fiume, quasi fosse un punto di riferimento.
“ Dino Campana non amava Dannunzio, anche se lo definì in maniera geniale “il vate grammofono”. Ma non l’amava. In qualche modo però lui era il punto di riferimento dell’epoca, e quasi tutti gli scrittori e letterati ci si dovevano comunque confrontare”.
 
Nella ricostruzione del film “Un viaggio chiamato amore” di Michele Placido, filmicamente emerge la sofferenza psichica di Campana, che va ad acuirsi anche con la violenza fisica subita da Sibilla Aleramo ancora bambina (il cui violentatore poi diverrà suo marito) è un aspetto che secondo lei ha contributo a turbare la stabilità già molto fragile del Poeta?
“ Più che la violenza, Campana era un uomo molto geloso di Sibilla. Geloso e ossessivo. La vita di Sibilla contornata da tanti amanti e relazioni non ha certo procurato al Poeta stabilità, anzi al contrario, una donna come lei, tendeva a destabilizzarlo ulteriormente. Questo sicuramente ha finito con il turbare e il rendere ancora più fragile il suo stato mentale e fisico così precario. Per quanto riguarda il film credo che ci siano state grosse intuizioni soprattutto nei flash-back, nel rapporto dell’Aleramo con la sua famiglia, con il padre o per quanto riguarda la malattia mentale e il tentato suicidio della madre”.
La poetica di Campana è molto legata agli elementi naturali, fonti, cieli, chimere.
“ In Campana vive il mito del viaggio. Tutta la sua vita così come la sua opera è attraversata da continui spostamenti. I suoi versi che apparentemente possono sembrare disconnessi in realtà hanno una logica ben precisa. E’ un grandissimo Poeta. La sua opera lo dimostra ancora adesso. E poi era un solitario”.
L’ambiente letterario di allora capiva la grandezza poetica di Campana da qui gli asti e le cattiverie intorno al Poeta, così come il fatto che la prima stesura dei Canti Orfici, Il più lungo dei giorni fosse fatto sparire.
“ Io non credo alla malafede di Papini o di Soffici, credo che il fatto sia ancora più grave o più triste. Incuranza. Se avessero fatto sparire intenzionalmente il manoscritto, avrebbero riconosciuto in qualche modo la grandezza poetica di Campana, una sua superiorità. Ritengo invece che ci sia stata una sorta di negligenza. Anche perché Campana era uno che bussava continuamente alle porte, che si interessava alla pubblicazione del suo manoscritto in maniera anche qui un po’ ossessiva. Credo alla versione della famiglia Soffici, e che l’opera sia stata come dire “dimenticata”, “non curata” e ritrovata così dopo tanti anni in un trasloco”.
(1) Rina Faccio sposerà Ulderico Pierangeli, impiegato nella fabbrica di suo padre, dopo averne subito la violenza, il fidanzamento e il successivo matrimonio verranno accelerati anche dalle chiacchiere che si andavano diffondendo in paese. Sibilla Aleramo ha quindici anni quando gli insistenti corteggiamenti di Ulderico sfoceranno nella violenza così raccontata dalla scrittrice: ” un mattino fui sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: due mani tremanti frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi a coricarlo attraverso uno sgabello, mentre istintivamente si divincolava. Soffocavo e diedi un gemito, che era per finire in urlo, quando l’uomo premendomi la bocca, mi respinse lontanoin Sibilla Aleramo e il suo tempo. Vita raccontata e illustrata a cura di Bruna Conti e Alba Morino, Feltrinelli, edizione fuori commercio.
(2) Il 23 Ottobre 1935 Sibilla Aleramo, che sta nel frattempo vivendo la sua non facile relazione con Salvatore Quasimodo, riceve da Fermo una lettera di Franco Matacotta e una sua foto con dedica a “Sibilla Aleramo prima poetessa d’Italia”. Il giovane allora non ancora vent’enne, è in procinto di trasferirsi a Roma per iniziare gli studi universitari e vuole andare a trovarla. L’incontro avverrà nel Febbraio 1936 dopo la breve convalescenza dell’Aleramo a Capri in seguito all’intervento operatorio subito. Il 7 Marzo incominciamo la relazione e la convivenza nella soffitta(a via Margutta). Il rapporto durato, pur con lacerazioni, dieci anni, verrà annotato quotidianamente dall’Aleramo nei suoi diari, insieme agli eventi bellici che seguiranno e agli incontri con i personaggi letterati e politici della vita romana di quegl’anni(da Cecchi a Zavattini, Morante, Saba, Moravia, Einaudi, Alicata ecc..). Anche Matacotta anni dopo ricostruirà in un manoscritto rimasto inedito, la sua storia con Sibilla, che chiamerà Bella. In Sibilla Aleramo e il suo tempo( idem sopra).
note bibliografiche*
Sibilla Aleramo e il suo tempo, vita raccontata e illustrata a cura di Bruna Conti e Alba Morino, Feltrinelli, 1981, edizione attualmente fuori commercio.
Bruna Conti, La donna e il femminismo di Sibilla Aleramo, Editori Riuniti, 1978.
Prefazione di Bruna Conti a Sibilla Aleramo, Gli anni di Una Donna, 1888-1902, di Pier Luigi Cavalieri, ed.Cattedrale, 2009.
Monika Antes, Amo dunque sono, Sibilla Aleramo pioniera del femminismo in Italia, Mauro Pagliai editore (libro dedicato a Bruna Conti).

Simone De Beauvoir e della mancata solidarietà e sorellanza tra donne

tempera acrilica su cartone, di Michele Pagone

dipinto I Camalioni

Simone De Beauvoir e della mancata solidarietà e sorellanza tra donne
di Dale Zaccaria

Le donne, scrive Simone De Beauvoir ne Il secondo sesso “tranne in certi congressi che restano manifestazioni astratte – non dicono «noi»; gli uomini dicono «le donne» e le donne si designano con questa stessa parola, ma non si affermano autenticamente quali soggetti. I proletari hanno fatto la rivoluzione in Russia, i Negri ad Haiti, gli Indocinesi si sono battuti in Indocina: l’azione delle donne non è mai stata altro che un movimento simbolico: esse han no ottenuto ciò che gli uomini si sono degnati di concedere e niente di più, non hanno strappato niente, hanno ricevuto. Il fatto è che non hanno i mezzi concreti per raccogliersi in una unità in grado di porsi, opponendosi. Le donne non hanno un passato, una storia, una religione, non hanno come i proletari una solidarietà di lavoro e di interessi, tra loro non c’è neanche quella promiscuità nello spazio che fa dei Negri d’America, degli Ebrei dei ghetti, degli operai di Saint Denis o delle officine Renault una comunità. Le donne vivono disperse in mezzo agli uomini, legate ad alcuni uomini – padre o marito – più strettamente che alle altre donne; e ciò per i vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale. Le borghesi sono solidali coi borghesi e non colle donne proletarie; le bianche con gli uomini bianchi e non colle donne negre.”

Questo noi taciuto, mai pronunciato, questa mancata unione in grado di raccogliersi in una unità in grado di porsi, opponendosi. Questa dispersione delle donne in mezzo agli uomini. Questa mancata sorellanza e solidarietà delle donne con l’universo femminile tutto. Per la Beauvoir non può che esserci la scissione, la dicotomia tra sessi, e la donna – il secondo sesso – subalterno al primo maschile non può “ rifiutare di essere l’Altro” perché “ rifiutare la complicità con l’uomo significherebbe per loro rinunciare a tutti i vantaggi che porta con sé l’alleanza con la casta superiore. L’uomo sovrano proteggerà materialmente la donna vassalla e penserà a giustificarne l’esistenza; sottraendosi al rischio economico, ella scansa il rischio metafisico di una libertà che deve creare i propri fini senza concorso altrui.”

E’ questa subalternità al maschile, secolare e millenaria delle donne, che le ha rese incapaci di fraternizzare con le altre donne? Se analizziamo l’etimologia del termine solidale vediamo la sua derivazione latina da solidus ovvero intero, pieno, solido. La donna è quindi mancante quando si pone in relazione conflittuale, di rivalità, invidia, scorrettezza, prevaricazione con un’altra donna?
Possibili risposte possiamo trovarle nelle analisi di due psicologhe. Chiara Arria psicologa di indirizzo junghiano afferma: “la cultura occidentale patriarcale, soffocando le potenzialità del femminile, ha reso sovente la stessa donna la principale nemica di se stessa. Essa ha oggi il vitale diritto di rivendicarsi e realizzarsi come “persona intera”, ma a tal fine è fondamentale la conoscenza di quel maschile interiore che può e deve trasformarsi da denigrante dittatore a compagno prezioso e indispensabile, nonché portatore di una prorompente forza creativa.”
E ancora “la violenza che nasce dall’invidia femminile nasce dall’impossibilità di essere se stessa e non solamente di non poter essere l’altra. Un po’ una sorta di interpretazione della violenza sadica come un’inaccettabile violenza masochistica. Al posto di essere violente contro se stesse si è, in questi casi di capovolgimento, violente contro le altre: ogni volta che si è nella tragica situazione psichica di soddisfare sentimenti inaccettabili attraverso l’uso della violenza, si ‘sceglie’ se essere violenti (spesso crudeli e cruente) con se stesse o con le altre rappresentanti-di-se-stessa. E dunque può essere un tipo di violenza femminile quella che sfocia nell’invidia dell’altra a partire dalla mancanza di se stessa” scrive la Dottoressa Grazia Aloi.

La mancata realizzazione della donna in quanto persona intera, da un punto di vista psico-analitico può essere una prima risposta a quell’unità dispersa del femminile che spesso collima, si infrange e si frattura in se stessa. Ma questa mancata unità ha anche un fattore storico, come dice la Beauvoir “ questo è un mondo che è sempre appartenuto al maschio” e “ l’ambivalenza dell’Altro, della Donna si riflette su tutta la sua storia; e la donna sarà sottoposta alla volontà degli uomini fino ai nostri giorni. Con un’intera subordinazione la donna sarebbe abbassata al rango di cosa; e l’uomo vuole rivestire della propria dignità ciò che conquista e possiede.” Le donne quindi schiave e oppresse da secoli dal padrone maschile non hanno mai creato un movimento unitario solido e compatto contro l’oppressore patriarca, disperse – come dice la Beauvoir – in mezzo agli uomini, vengono da questi inglobate, fagocitate, rigettate come a l’uomo meglio conviene: ora la moglie, l’amante, la santa o la puttana, è il Primo Sesso a modellare il Secondo a sua immagine e somiglianza, o meglio ancora, a modellarlo per le proprie necessità, bisogni, vizi e virtù. Alla donna schiava dell’ Impero patriarcale non è concesso di liberarsi e auto-determinarsi come ella crede. Qualsiasi concessione può essere fatta e decisa solo dal patriarca. Ovviamente nessun padrone ha nel suo interesse che gli oppressi si uniscano per ribaltare-riabilitare la loro posizione. Nessun Re creerebbe cause e condizioni affinché sia detronizzato. E così il patriarca è favorito da questa mancata unione delle oppresse. Le guerre povere tra schiave solidificano il suo potere, lo mettono al riparo da possibili rivolte e rivoluzioni. Al padrone patriarca ben conviene che non corra buon sangue tra donne, che siano rivali, nemiche, gelose e invidiose, perché in questa disputa nel mezzo c’è sempre l’uomo, a volte presente in forma metaforica, altre volte reale, come quando due donne si contendono il proprio bel maschio, o una delle donne fa saltare un matrimonio, per sostituirsi all’altra, così l’amante spodesta la moglie, ma il Re Marito resta sempre sul trono. E poi ci sono le oppresse fedeli all’oppressore, a cui non interessa minimamente abbattere il padrone, scrive sempre la Beuvouir “ l’oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse”, quelle che nella storia sono le antiche e moderne cortigiane, che nella corte patriarcale si sentono libere e regine, libertà del tutto illusoria, perché apparentemente concessa dall’uomo che le tiene prigioniere incatenate al suo Potere di vita e di morte: “ dato che la donna è in gran parte un’invenzione dell’uomo, egli può perfino inventarla in un corpo maschile (…) Egli proietta su di lei ciò che desidera e ciò che teme, ciò che ama e ciò che odia.”

Un recente studio realizzato dall’Università americana di Harvard e pubblicato sulla rivista scientifica “Current Biology”, guidato da Joyce Benenson, docente di psicologia ad Harvard, ha evidenziato che sono più gli uomini a creare alleanze tra loro che le donne, e che lo spirito di cooperazione si fa debole nel gentil sesso, l’uomo quindi si allea, fa gruppo, anche branco nella bassezza della violenza di gruppo verso la donna, al contrario la donna aumenta il suo astio invidioso verso l’altra/se stessa. Secondo uno studio dell’Università di Padova (D’Urso, V., et.al., Invidia e genere. Una ricerca empirica sull’intensità dell’invidia e sulle modalità di coping, Psychofenia , XII, 20/2009) l’intensità dell’invidia aumenterebbe verso persone affini e quindi soprattutto verso persone dello stesso genere. Questo sembrerebbe confermare quegli stereotipi secondo cui l’invidia è un sentimento provato in massima parte dalle donne e fra donne soprattutto riguardo a temi e questioni (dalle più serie alle più voluttuarie) che riguardano l’ambito femminile.

Dal mito alle favole, dalle liti tra Atena, Era ed Afrodite che si contendono la mela d’oro o pomo della discordia lanciata dalla Dea Eris nel banchetto nuziale di Peleo e Teti dove quest’ultima non era stata invitata, alle brame riflesse della Regina nello specchio nella Favola di Grimm di Biancaneve, sino ad Era la moglie di Zeus, il padre degli Dei, che nei suoi ripetuti tradimenti, non fa che scagliare le furie di Era su tutte le donne, comprese le altre dee. La storia, il mito, le fiabe, così come le leggende, troviamo nel folclore sardo la Donna Bisoia, sono intrise di donne che più o meno bellicosamente si combattono. Secondo Phyllis Chesler nel suo libro Donna contro donna. Rivalità, invidia e cattiveria nel mondo femminile “l’aggressività che si sviluppa tra donne è differente da quella che si instaura fra uomini. Le donne, per esempio, competono solo con le altre donne e non con i maschi; molte di loro sviluppano idee sessiste, nonostante di solito tendano a negarlo anche a se stesse. L’oppressione di cui il genere femminile è vittima nella nostra società si traduce spesso anche nelle opinioni e nei comportamenti delle donne verso altre donne. E di frequente alla base di questi atteggiamenti c’è un rapporto conflittuale tra madre e figlia o tra sorella e sorella.”
Perché quindi le donne nel corso della loro oppressione non hanno mai sentito la necessità di liberarsi dalle guerre intestine con le altre e di realizzarsi in un unicum corpus femminile capace di cambiare il destino del mondo? Fattori storici, sociali, culturali, declinazioni psicologiche, forse anche biologiche. Molti e più disparati i motivi per cui il femminile non riesce a solidarizzare profondamente e a viversi in maniera più armoniosa in quella sorellanza antidoto potente al dominio patriarcale.
“La grande lezione che la sorellanza può impartire appare infatti strettamente legata alle possibilità di un destino femminile, e si comprende perciò come Omero, Euripide e Ovidio, e allo stesso modo gli autori nostri contemporanei, possano non averne avuto sentore, né stupisce che siano fondamentalmente le donne – personagge, scrittrici, lettrici – a mostrarsi pronte a riceverla e a farla subito propria. Giacché quello che la sorellanza insegna è che nel mondo occorre andare almeno in due, che la libertà femminile è rigorosamente fondata sui legami fra donne e che essa ha dunque una radice come minimo duale. Di qui, da questa consapevolezza muove la forza visibile e vistosa della sorellanza, relazione insieme orizzontale e di disparità, autorevole ma non gerarchica, intesa come indicazione concreta e compiutamente politica di un modo positivo e fiducioso di stare al mondo.” Scrive Marina Giovannelli in Variazioni sulle sorelle e Franca Rame nel suo libro In Fuga dal Senato “Negli spettacoli che recito in teatro, spesso da sola, talvolta commento: la peggiore nemica della donna è proprio la donna. E non venitemi per favore a parlare di sorellanza! Sorellanza non vuol dire partecipare a manifestazioni e firmare insieme gli appelli, vuol dire essere figlie della stessa madre e amarsi proprio come sorelle sempre. Vuol dire che tu sia un pezzo grosso o la figlia di una povera schifosa ci si vuole bene lo stesso.” Prosegue sempre La Rame in un’intervista al Corriere dell’Umbria “La peggiore nemica della donna in certe situazioni è proprio la donna. E mica questa è una cosa piccola. Perché è vero: se c’è qualcuno che ti deve fregare è proprio la donna. Se c’è qualcuno che butta all’aria la tua vita è una donna. In nome magari dell’amore, delle cose che ti travolgono. E non Le importa nulla se poi l’altra è disperata e si vuole ammazzare.”

Donne mancate relegate a l’Altro, al Secondo Sesso subalterno al primato maschile, sorelle mancate, più impegnate a farsi la guerra, sgambetti, ripicche, rivalse, che a costruire ponti di fiducia e lealtà con lo stesso sesso, Api Regine pronte a primeggiare su tutte, ma la cosa che profondamente sfugge alle donne che ogni guerra verso l’altra si combatte su un terreno/territorio maschile, che il potere millenario degli uomini trova in queste diatribe una maggiore legittimazione, ogni donna che si indispone all’altra non sta che legittimando il patriarcato, e non fa che interiorizzarlo e riprodurlo. Le Patriarcali consapevoli e inconsapevoli giocano la partita e al tavolo con gli uomini che le tiranneggiano da sempre. Nulla di più stupido e assurdo. Ora credo che per arrivare alla solidarietà e alla sorellanza vera, reale, sincera c’è da fare prima un passo che si chiama: ascolto/consapevolezza, dopo questo passo, c’è l’inizio della liberazione, nella liberazione sincera ci può essere sorellanza e solidarietà. Fino ad allora il mondo resterà sempre degli uomini. Le donne saranno cambiate nella storia. Dall’antichità, al Medioevo, ad oggi. La loro condizione meno. Schiave e oppresse ieri. Schiave e oppresse oggi. Con conquiste faticosamente sopravvissute nel tempo e pronte ad essere cancellate ed eclissate dall’egemonia del patriarca che continua a dettare le regole del gioco sul corpo fisico sessuale e spirituale di ogni donna perché “la storia delle donne è stata fatta dagli uomini.”

Fonti riportati nel testo

Simone De Beauvoir – Il secondo sesso
Chiara Arria – La donna e il suo maschile
Grazia Aloi – DONNA CONTRO DONNA, LA VIOLENZA DELLE DONNE SULLE DONNE
Cristina Rubano – Crescita Personale
Maria Giovanelli – Variazioni sulle sorelle
Franca Rame – In Fuga dal Senato
Phyllis Chesler – Donna contro donna. Rivalità, invidia e cattiveria nel mondo femminile

Filastrocca della MEMORIA – da filastrocche delle bimbe e delle donne

FILASTROCCA DELLA MEMORIA DALE ZACCARIA

Filastrocca della Memoria

Filastrocca della memoria
chi dimentica non ha né
presente né storia. Chi tace
del Male si fa complice e capace.
L’orrore al mondo va ricordato
perché più nessuno venga
né ucciso né umiliato.
Da quello che è stato imparate
e al Nero mai forma né vita
voi date.

da FILASTROCCHE DELLE BIMBE E DELLE DONNE

Attenzione perché facebook è il contraltare oscuro della intimità. ZYGMUNT BAUMAN

facebook il contraltare oscuro dell'intimità ZYGMUNT BAUMAN

Il tipo principale di relazione umana sta diventando non più l’intimità ma la ‘estimacy’ (termine intraducibile che indica la volontà di qualcuno di mostrarsi, ostentare se stesso e non aprirsi all’altro). Attenzione perché facebook è il contraltare oscuro della intimità. ZYGMUNT BAUMAN

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Pensiero Attivo

“Il difficile non è scriverla la poesia, quanto trovarla, mantenerla, farla vivere nei propri occhi, nel proprio cuore, nella propria vita”. Dale Zaccaria

“L’oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse”. Simone de Beauvoir

“Ho imparato due cose importanti che dovrebbero essere ancora basilari nel mondo dello spettacolo e nella vita: la dignità e il rispetto di se stessi e degli altri”. Franca Rame