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Simone De Beauvoir e della mancata solidarietà e sorellanza tra donne

tempera acrilica su cartone, di Michele Pagone

dipinto I Camalioni

Simone De Beauvoir e della mancata solidarietà e sorellanza tra donne
di Dale Zaccaria

Le donne, scrive Simone De Beauvoir ne Il secondo sesso “tranne in certi congressi che restano manifestazioni astratte – non dicono «noi»; gli uomini dicono «le donne» e le donne si designano con questa stessa parola, ma non si affermano autenticamente quali soggetti. I proletari hanno fatto la rivoluzione in Russia, i Negri ad Haiti, gli Indocinesi si sono battuti in Indocina: l’azione delle donne non è mai stata altro che un movimento simbolico: esse han no ottenuto ciò che gli uomini si sono degnati di concedere e niente di più, non hanno strappato niente, hanno ricevuto. Il fatto è che non hanno i mezzi concreti per raccogliersi in una unità in grado di porsi, opponendosi. Le donne non hanno un passato, una storia, una religione, non hanno come i proletari una solidarietà di lavoro e di interessi, tra loro non c’è neanche quella promiscuità nello spazio che fa dei Negri d’America, degli Ebrei dei ghetti, degli operai di Saint Denis o delle officine Renault una comunità. Le donne vivono disperse in mezzo agli uomini, legate ad alcuni uomini – padre o marito – più strettamente che alle altre donne; e ciò per i vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale. Le borghesi sono solidali coi borghesi e non colle donne proletarie; le bianche con gli uomini bianchi e non colle donne negre.”

Questo noi taciuto, mai pronunciato, questa mancata unione in grado di raccogliersi in una unità in grado di porsi, opponendosi. Questa dispersione delle donne in mezzo agli uomini. Questa mancata sorellanza e solidarietà delle donne con l’universo femminile tutto. Per la Beauvoir non può che esserci la scissione, la dicotomia tra sessi, e la donna – il secondo sesso – subalterno al primo maschile non può “ rifiutare di essere l’Altro” perché “ rifiutare la complicità con l’uomo significherebbe per loro rinunciare a tutti i vantaggi che porta con sé l’alleanza con la casta superiore. L’uomo sovrano proteggerà materialmente la donna vassalla e penserà a giustificarne l’esistenza; sottraendosi al rischio economico, ella scansa il rischio metafisico di una libertà che deve creare i propri fini senza concorso altrui.”

E’ questa subalternità al maschile, secolare e millenaria delle donne, che le ha rese incapaci di fraternizzare con le altre donne? Se analizziamo l’etimologia del termine solidale vediamo la sua derivazione latina da solidus ovvero intero, pieno, solido. La donna è quindi mancante quando si pone in relazione conflittuale, di rivalità, invidia, scorrettezza, prevaricazione con un’altra donna?
Possibili risposte possiamo trovarle nelle analisi di due psicologhe. Chiara Arria psicologa di indirizzo junghiano afferma: “la cultura occidentale patriarcale, soffocando le potenzialità del femminile, ha reso sovente la stessa donna la principale nemica di se stessa. Essa ha oggi il vitale diritto di rivendicarsi e realizzarsi come “persona intera”, ma a tal fine è fondamentale la conoscenza di quel maschile interiore che può e deve trasformarsi da denigrante dittatore a compagno prezioso e indispensabile, nonché portatore di una prorompente forza creativa.”
E ancora “la violenza che nasce dall’invidia femminile nasce dall’impossibilità di essere se stessa e non solamente di non poter essere l’altra. Un po’ una sorta di interpretazione della violenza sadica come un’inaccettabile violenza masochistica. Al posto di essere violente contro se stesse si è, in questi casi di capovolgimento, violente contro le altre: ogni volta che si è nella tragica situazione psichica di soddisfare sentimenti inaccettabili attraverso l’uso della violenza, si ‘sceglie’ se essere violenti (spesso crudeli e cruente) con se stesse o con le altre rappresentanti-di-se-stessa. E dunque può essere un tipo di violenza femminile quella che sfocia nell’invidia dell’altra a partire dalla mancanza di se stessa” scrive la Dottoressa Grazia Aloi.

La mancata realizzazione della donna in quanto persona intera, da un punto di vista psico-analitico può essere una prima risposta a quell’unità dispersa del femminile che spesso collima, si infrange e si frattura in se stessa. Ma questa mancata unità ha anche un fattore storico, come dice la Beauvoir “ questo è un mondo che è sempre appartenuto al maschio” e “ l’ambivalenza dell’Altro, della Donna si riflette su tutta la sua storia; e la donna sarà sottoposta alla volontà degli uomini fino ai nostri giorni. Con un’intera subordinazione la donna sarebbe abbassata al rango di cosa; e l’uomo vuole rivestire della propria dignità ciò che conquista e possiede.” Le donne quindi schiave e oppresse da secoli dal padrone maschile non hanno mai creato un movimento unitario solido e compatto contro l’oppressore patriarca, disperse – come dice la Beauvoir – in mezzo agli uomini, vengono da questi inglobate, fagocitate, rigettate come a l’uomo meglio conviene: ora la moglie, l’amante, la santa o la puttana, è il Primo Sesso a modellare il Secondo a sua immagine e somiglianza, o meglio ancora, a modellarlo per le proprie necessità, bisogni, vizi e virtù. Alla donna schiava dell’ Impero patriarcale non è concesso di liberarsi e auto-determinarsi come ella crede. Qualsiasi concessione può essere fatta e decisa solo dal patriarca. Ovviamente nessun padrone ha nel suo interesse che gli oppressi si uniscano per ribaltare-riabilitare la loro posizione. Nessun Re creerebbe cause e condizioni affinché sia detronizzato. E così il patriarca è favorito da questa mancata unione delle oppresse. Le guerre povere tra schiave solidificano il suo potere, lo mettono al riparo da possibili rivolte e rivoluzioni. Al padrone patriarca ben conviene che non corra buon sangue tra donne, che siano rivali, nemiche, gelose e invidiose, perché in questa disputa nel mezzo c’è sempre l’uomo, a volte presente in forma metaforica, altre volte reale, come quando due donne si contendono il proprio bel maschio, o una delle donne fa saltare un matrimonio, per sostituirsi all’altra, così l’amante spodesta la moglie, ma il Re Marito resta sempre sul trono. E poi ci sono le oppresse fedeli all’oppressore, a cui non interessa minimamente abbattere il padrone, scrive sempre la Beuvouir “ l’oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse”, quelle che nella storia sono le antiche e moderne cortigiane, che nella corte patriarcale si sentono libere e regine, libertà del tutto illusoria, perché apparentemente concessa dall’uomo che le tiene prigioniere incatenate al suo Potere di vita e di morte: “ dato che la donna è in gran parte un’invenzione dell’uomo, egli può perfino inventarla in un corpo maschile (…) Egli proietta su di lei ciò che desidera e ciò che teme, ciò che ama e ciò che odia.”

Un recente studio realizzato dall’Università americana di Harvard e pubblicato sulla rivista scientifica “Current Biology”, guidato da Joyce Benenson, docente di psicologia ad Harvard, ha evidenziato che sono più gli uomini a creare alleanze tra loro che le donne, e che lo spirito di cooperazione si fa debole nel gentil sesso, l’uomo quindi si allea, fa gruppo, anche branco nella bassezza della violenza di gruppo verso la donna, al contrario la donna aumenta il suo astio invidioso verso l’altra/se stessa. Secondo uno studio dell’Università di Padova (D’Urso, V., et.al., Invidia e genere. Una ricerca empirica sull’intensità dell’invidia e sulle modalità di coping, Psychofenia , XII, 20/2009) l’intensità dell’invidia aumenterebbe verso persone affini e quindi soprattutto verso persone dello stesso genere. Questo sembrerebbe confermare quegli stereotipi secondo cui l’invidia è un sentimento provato in massima parte dalle donne e fra donne soprattutto riguardo a temi e questioni (dalle più serie alle più voluttuarie) che riguardano l’ambito femminile.

Dal mito alle favole, dalle liti tra Atena, Era ed Afrodite che si contendono la mela d’oro o pomo della discordia lanciata dalla Dea Eris nel banchetto nuziale di Peleo e Teti dove quest’ultima non era stata invitata, alle brame riflesse della Regina nello specchio nella Favola di Grimm di Biancaneve, sino ad Era la moglie di Zeus, il padre degli Dei, che nei suoi ripetuti tradimenti, non fa che scagliare le furie di Era su tutte le donne, comprese le altre dee. La storia, il mito, le fiabe, così come le leggende, troviamo nel folclore sardo la Donna Bisoia, sono intrise di donne che più o meno bellicosamente si combattono. Secondo Phyllis Chesler nel suo libro Donna contro donna. Rivalità, invidia e cattiveria nel mondo femminile “l’aggressività che si sviluppa tra donne è differente da quella che si instaura fra uomini. Le donne, per esempio, competono solo con le altre donne e non con i maschi; molte di loro sviluppano idee sessiste, nonostante di solito tendano a negarlo anche a se stesse. L’oppressione di cui il genere femminile è vittima nella nostra società si traduce spesso anche nelle opinioni e nei comportamenti delle donne verso altre donne. E di frequente alla base di questi atteggiamenti c’è un rapporto conflittuale tra madre e figlia o tra sorella e sorella.”
Perché quindi le donne nel corso della loro oppressione non hanno mai sentito la necessità di liberarsi dalle guerre intestine con le altre e di realizzarsi in un unicum corpus femminile capace di cambiare il destino del mondo? Fattori storici, sociali, culturali, declinazioni psicologiche, forse anche biologiche. Molti e più disparati i motivi per cui il femminile non riesce a solidarizzare profondamente e a viversi in maniera più armoniosa in quella sorellanza antidoto potente al dominio patriarcale.
“La grande lezione che la sorellanza può impartire appare infatti strettamente legata alle possibilità di un destino femminile, e si comprende perciò come Omero, Euripide e Ovidio, e allo stesso modo gli autori nostri contemporanei, possano non averne avuto sentore, né stupisce che siano fondamentalmente le donne – personagge, scrittrici, lettrici – a mostrarsi pronte a riceverla e a farla subito propria. Giacché quello che la sorellanza insegna è che nel mondo occorre andare almeno in due, che la libertà femminile è rigorosamente fondata sui legami fra donne e che essa ha dunque una radice come minimo duale. Di qui, da questa consapevolezza muove la forza visibile e vistosa della sorellanza, relazione insieme orizzontale e di disparità, autorevole ma non gerarchica, intesa come indicazione concreta e compiutamente politica di un modo positivo e fiducioso di stare al mondo.” Scrive Marina Giovannelli in Variazioni sulle sorelle e Franca Rame nel suo libro In Fuga dal Senato “Negli spettacoli che recito in teatro, spesso da sola, talvolta commento: la peggiore nemica della donna è proprio la donna. E non venitemi per favore a parlare di sorellanza! Sorellanza non vuol dire partecipare a manifestazioni e firmare insieme gli appelli, vuol dire essere figlie della stessa madre e amarsi proprio come sorelle sempre. Vuol dire che tu sia un pezzo grosso o la figlia di una povera schifosa ci si vuole bene lo stesso.” Prosegue sempre La Rame in un’intervista al Corriere dell’Umbria “La peggiore nemica della donna in certe situazioni è proprio la donna. E mica questa è una cosa piccola. Perché è vero: se c’è qualcuno che ti deve fregare è proprio la donna. Se c’è qualcuno che butta all’aria la tua vita è una donna. In nome magari dell’amore, delle cose che ti travolgono. E non Le importa nulla se poi l’altra è disperata e si vuole ammazzare.”

Donne mancate relegate a l’Altro, al Secondo Sesso subalterno al primato maschile, sorelle mancate, più impegnate a farsi la guerra, sgambetti, ripicche, rivalse, che a costruire ponti di fiducia e lealtà con lo stesso sesso, Api Regine pronte a primeggiare su tutte, ma la cosa che profondamente sfugge alle donne che ogni guerra verso l’altra si combatte su un terreno/territorio maschile, che il potere millenario degli uomini trova in queste diatribe una maggiore legittimazione, ogni donna che si indispone all’altra non sta che legittimando il patriarcato, e non fa che interiorizzarlo e riprodurlo. Le Patriarcali consapevoli e inconsapevoli giocano la partita e al tavolo con gli uomini che le tiranneggiano da sempre. Nulla di più stupido e assurdo. Ora credo che per arrivare alla solidarietà e alla sorellanza vera, reale, sincera c’è da fare prima un passo che si chiama: ascolto/consapevolezza, dopo questo passo, c’è l’inizio della liberazione, nella liberazione sincera ci può essere sorellanza e solidarietà. Fino ad allora il mondo resterà sempre degli uomini. Le donne saranno cambiate nella storia. Dall’antichità, al Medioevo, ad oggi. La loro condizione meno. Schiave e oppresse ieri. Schiave e oppresse oggi. Con conquiste faticosamente sopravvissute nel tempo e pronte ad essere cancellate ed eclissate dall’egemonia del patriarca che continua a dettare le regole del gioco sul corpo fisico sessuale e spirituale di ogni donna perché “la storia delle donne è stata fatta dagli uomini.”

Fonti riportati nel testo

Simone De Beauvoir – Il secondo sesso
Chiara Arria – La donna e il suo maschile
Grazia Aloi – DONNA CONTRO DONNA, LA VIOLENZA DELLE DONNE SULLE DONNE
Cristina Rubano – Crescita Personale
Maria Giovanelli – Variazioni sulle sorelle
Franca Rame – In Fuga dal Senato
Phyllis Chesler – Donna contro donna. Rivalità, invidia e cattiveria nel mondo femminile

Pensiero Attivo

“Il difficile non è scriverla la poesia, quanto trovarla, mantenerla, farla vivere nei propri occhi, nel proprio cuore, nella propria vita”. Dale Zaccaria

“L’oppressore non sarebbe così potente se non trovasse fedeli collaboratrici tra le oppresse”. Simone de Beauvoir

“Ho imparato due cose importanti che dovrebbero essere ancora basilari nel mondo dello spettacolo e nella vita: la dignità e il rispetto di se stessi e degli altri”. Franca Rame

Partnership Libreria Amica: LIBRERIA ANTIGONE DI MILANO: Nata a giugno 2016, la libreria Antigone è specializzata in tematiche lgbt, femminismi e studi di genere. Un piccolo luogo di ritrovo con un grande intento: fornire strumenti per capire, educare, crescere.